lunedì 13 gennaio 2014

Il Castellum firmanorum

Il castellum firmanorum (il porto fortificato della città  di Firmum Picenum), doveva trovarsi alla foce del fiume Ete Vivo, un poco più a monte del santuario di Santa Maria a Mare. Il castellum firmanorum venne realizzato nella stessa epoca, se non immediatamente dopo la deduzione della colonia di Firmum[1].
Dell’esatta posizione del castellum firmanorum, tuttora fonte di molte discussioni, rimanda la notizia della scoperta, avvenuta nel corso del XVI secolo, di iscrizioni a carattere pubblico, una delle quali ricordava i magistrati di una non meglio specificata comunità (con tutta probabilità Firmum Picenum), che su deliberazione del consiglio decurionale, dotarono di un acquedotto un non meglio precisato insediamento, che non dovrebbe essere altrimenti che il castellum firmanorum stesso[2]. L’acqua poteva venire da una fonte della vicina Torre di Palme (dove si trova ancora adesso una fonte naturale), dal momento che sappiamo dell’esistenza di arcate aeree tra il santuario di Santa Maria a Mare e Marina Palmense, distrutte nel XIX secolo[3].

Da una foto area scattata nell’ottobre 1955 in un’area agricola in parte urbanizzata, tra la Strada Provinciale Val d’Ete (nord), l’Ete Vivo (sud) e a ovest e a est rispettivamente il fosso Canale e via dello Stradone, l’archeologo Enzo Catani ha potuto riconoscere il perimetro dell’antico bacino portuale, protetto nel lato verso mare da un muro munito di due torrioni circolari, per un’estensione di più di 20.000 mq[4]. Poco lontano da questo, nella foto, l’archeologo ha riconosciuto le tracce di un grande edificio: una sorta di caravanserraglio del castellum firmanorum.
Lo scalo, dopo le invasioni barbariche, dovette ben presto andare decadendo, per lo meno entro il VII secolo, dal momento che non viene ricordato nella Cosmografia dell’Anonimo Ravennate.


[1] E. Catani, Studi e ricerche sul Castellum Firmanorum, “Picus”, supplementi X, Editrice - Tipigraf s.n.c., Villa Adriana - Tivoli (Roma) 2004, p. 91.
[2] Ibidem, pp. 40-42.
[3] Ibidem, pp. 14-26.
[4] Ibidem, pp. 60-64.