domenica 26 gennaio 2014

I Piceni a Fermo

Sotto il nome di Piceni, la moderna storiografia ha designato quella civiltà di varie stirpi, per gran parte accomunate da una lingua comune, che nell’età del Ferro (ix-iii secc. a.C.) abitava quel tratto del versante medio-adriatico compreso tra i fiumi Foglia (nord) e Pescara (sud), delimitato, da una parte (ovest) dalla catena degli Appennini e dall’altra (est) dal mare Adriatico.
Per la storiografia romana i Piceni erano i discendenti di Sabini immigrati dal Lazio orientale, in seguito al rito del ver sacrum (primavera sacra). La pratica di questo rito consisteva nel promettere in sacrificio a una divinità (per lo più Marte), qualsiasi essere vivente nato nella primavera seguente. Tuttavia, i bambini, anziché essere immolati, erano costretti al compimento del ventesimo anno d’età ad abbandonare la comunità in cerca di nuove terre.
Nella migrazione i giovani sabini sarebbero stati guidati da un picchio (uccello augurale sacro al dio Marte), che avrebbe indicato la via posandosi sul loro vessillo. Dal nome dell’uccello (picus) sarebbe poi derivato quello di Picentes.
La moderna storiografia ha messo in dubbio che migrazione del genere possano essere mai avvenute. Del resto, in una notizia riportata dallo storico greco Dionigi di Alicarnasso (60 a.C. - 7 a.C.), Marco Terenzio Varrone (116 a.C. - 27 a.C.) sosteneva che nel santuario sabino di Marte a Tiora Matiene, un picchio appollaiato su palo fornisse responsi oracolari. L’archeologo Giovanni Colonna ha ipotizzato che il ver sacrum piceno potesse essere partito proprio da lì, che sembra si trovasse nella località di Teora, nei pressi di Amiternum (città italica fondata dai Sabini nel versante occidentale della conca aquilana, a quasi 10 km da L’Aquila). Il ver sacrum, comunque, potrebbe riflettere un meccanismo di autoregolamentazione della comunità, che, giunta al limite dello sfruttamento delle risorse disponibili, era costretta ad allontanare alcuni membri per garantire la sussistenza dell’intero gruppo. Tuttavia, oltre a essere dettata da motivazioni di carattere stringente, la migrazione di intere classi di età poteva assumere anche un significato militare: il voto poteva essere effettuato per ringraziare la divinità, non a caso Marte, per propiziare la conquista di nuove terre.
Il primo documento scritto in cui compare la forma latina Picentes sono i Fasti Triumphales Capitolini (12 a.C.): una lista in cui erano ricordati tutti i trionfi celebrati dai Romani.

La forma greca Pikenòi è stata utilizzata per la prima volta da Polibio (Megalopoli, 206 a.C. circa - Grecia, 124 a.C.).
Sotto il nome Picentes la moderna storiografia ha raggruppato un gruppo di tribù italiche, etnicamente appartenenti al gruppo umbro-sabellico. Il termine greco Pikenòi era forse usato per indicare popolazioni non indoeuropee, discendenti da quelle che abitavano il Piceno fin dal Bronzo finale (iii-ii millennio a.C.). Solo in epoca successiva a questa si sarebbero sovrapposti i Picentes, al quale fanno riferimento gli scrittori antichi.
Il rituale funerario piceno era a inumazione, con deposizione delle spoglie in fosse terragne. Le ricerche archeologiche effettuate nelle necropoli villanoviane della città hanno mostrato come alle più antiche sepolture a incinerazione si fossero man mano sostituite tutta una serie di sepolcreti a inumazione in fosse terragne. L’uso di queste divenne esclusivo a partire dal vii secolo.
Nei corredi maschili sono stati recuperati: armi, vasi per bere, rasoi e spilloni. In quelli femminili: collane, bracciali, fibule rivestite con nuclei d’ambra, pettorali con pendagli, rocchetti, pesi da telaio e, i ben noti, anelloni bronzei a sei nodi (quest’ultimi erano appoggiati sul bacino delle defunte). Nei corredi fermani sono stati recuperati anche degli oggetti d’oro[1].
Nei sepolcreti di contrada Misericordia le testimonianze sono della metà del v secolo a.C. Del iv secolo a.C. sono due tombe di contrada Mossa.
Probabilmente, a Fermo, l’abitato di questo popolo era nell’attuale piazzale del Girfalco, sul colle Sabulo, così chiamato dal XIX secolo proprio perché “Tanto antica vogliono gli scrittori fermani la loro patria, che l’affermano posta dai Sabini, prima e molto prima che fosse Roma[2].



[1] Piceni Popolo d’Europa, guida alla mostra di Ascoli Piceno, Roma 2000, p. 24.
[2] A. Maggiori, Dell'itinerario d'Italia e sue più notabili curiosità d'ogni specie. Vol I, presso Arcangelo Sartorj, Ancona 1832, p. 235.