giovedì 30 gennaio 2014

Le streghe del Fermano

Una delle credenze diffuse nella campagna fermana era quella delle streghe, che la notte «bevevano» il sangue di neonati indifesi. Queste potevano assumere le sembianze di gatti, entrando così più facilmente nelle case. Luoghi frequentati dalle streghe per i loro raduni erano soprattutto boschetti.
La scrittrice Caterina Pigorini-Beri, in un’intervista a una vecchia di Camerino, riporta le seguenti notizie sulle streghe, che, pur se pur raccolte in un posto distante dal nostro territorio, hanno le stesse caratteristiche di quelle del Fermano[1]:

Le streghe so’ triste tanto [molto cattive], signora mia. Sapessaste! Io non le ho viste mai, ma al venerdì notte fanno rumore su per le macchie [boscaglie]. Fanno tutti li versi meno che quello del cane: smiagolano, urlano, piangono come le creature. Ma il cane per loro è molto temoso [temuto][2].

Chiese poi se il gatto era un animale da streghe:

…figurati, signora mia, che ’na volta un giovinottello aveva la ragazza e tutti gli dicevano che era una strega e lui non ci credea affatto, ma venne lo giorno che ci dovette credere di filo. Si facea un festino ne la villa [paese] e s’erano dato appuntamento di trovarsi per ballare insieme il salterello [ballo marchigiano] che, dice, era ’na ballerina delle meglio del vicinato. Aspettò fino alla mezzanotte e la ragazza non venne e lui si dava al diavolo per la gelosia.

Sul tardi, arrivò

…una bella gattuccia, con du’ occhi che parevano du’ stelle. Dice un amico – guarda quella gattuccia come è bellina: ha gli occhi come la ragazza tua. E allora e’ venne in gran sospetto e disse: è belluccia davvero e me la voglio recare a casa: dammi un po’ un sacco; e detto e fatto gliela ficcarono drento [dentro]. Che t’ho da dire? Al mattino lo sacco era pieno pieno: indovina un po’? C’era drento la ragazza nuda senza camicia[3].

Continuando poi a raccontare cosa fanno le streghe, l’intervistata narra che:

Stregano, incantano, fanno l’effetto dell’invidia e dell’occhio cattivo, succhiano il sangue alla notte e ci lasciano tutte more [lividi] alli grandi e alle creature [neonati], e questo lo potete credere che è sacrosanto.

Racconta ancora la donna intervistata da Caterina Pigorini-Beri che aveva «’na creaturella sui du’ mesi e la notte piagnea, piagnea sempre, povera monella, e andava in cattiva salute [deperiva]». Per risolvere la questione andò da una «donna» che l’«insegnò che badassi quando che qualche femmina la toccava, io dovessi stare attenta se diceva mai – n’ gli noccia [non gli noccia, un buon augurio che le streghe non riuscivano a pronunciare] – perché se non lo dicea era segno che gli bevea lo sangue la notte»[4].
Essere una strega, però, non era sempre una scelta, ma anche una condanna. Bastava un battesimo fatto «male» (in genere i «compari» sbagliavano qualcosa nel rito), e la bambina, crescendo, diventava una strega.
Queste stesse storie sulle streghe sono attestate in tutta Europa.




[1] Basta un confronto con le interviste sulle streghe raccolte nel progetto «Il Piceno, una terra dalle tracce millenarie», che del resto sembrano prese direttamente da questo testo, tanto che aggiungono poco.
[2] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., p. 45.
[3] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., pp. 45-46.
[4] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., p. 47. Nel Fermano, per vedere se una strega succhiava il sangue di un neonato, era sparsa sul davanzale della finestra dove dormiva quest’ultimo della cenere la sera prima di mettere il piccolo a dormire. Se la mattina dopo erano trovate delle impronte di gatto, una strega era passata a bere il sangue del neonato. Per tenere lontano le streghe dai piccoli erano utilizzati dei braccialetti di corallo.

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