sabato 15 febbraio 2014

La campagna fermana nel XIX secolo

Nel XIX secolo fanno la loro comparsa nel Fermano i cosiddetti campi artificiali di sulla[1], erba medica, trifoglio, avena e veccia[2]. Le foraggiere hanno la peculiarità di liberare tramite le radici azoto nel terreno, rigenerando la dotazione di sostanze fertili nel terreno, permettendo così l’abbandono del maggese.
Questi campi artificiali rappresentarono un buon alimento a basso costo per il bestiame: ciò rese possibile introdurre nel Fermano l’allevamento bovino, prima limitato solo ai buoi da lavoro, sostituiti dalle vacche. Da queste, dette in dialetto moncane, si ricavava latte, formaggio e burro[3]
Negli anni 1844-88, a causa dell’afflusso sui mercati europei delle importazioni granarie dai paesi americani, l’agricoltura fermana entrò presto in crisi, con la caduta del prezzo del grano.
Le scarse risorse agricole, a fronte di un aumento demografico in costante crescita, portò poi a emigrazioni fin dalla seconda metà degli anni ’80 del xix secolo.
Neanche la produzione vinicola riusciva a tenere il passo. Del resto, questa era di scarso pregio: la fermentazione a tino scoperto provocava spesso il guastarsi del vino nell’estate appresso alla vendemmia. Per questo si continuava a cuocere i vini, che ne permetteva la conservazione nel tempo, grazie all’innalzamento del tasso alcolico. Tra le uva coltivate: il trebbiano, il moscatello, la malvasia e la pagadebito. Tra quelle nere:  la balsamina[4].





[1] G. Nigrisoli, Rivista dei più importanti prodotti naturali e manifatturieri dello Stato Pontificio, Pubblicato da Governativa Taddei, 1857, p. 156, nota 1.
[2] Ibidem, p. 156.
[3] Ibidem, p. 156, nota 2.
[4] Ibidem, p. 160, nota 1.

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