sabato 27 ottobre 2018

Le leggende nelle Marche meridionali



La Sibilla dell’Appennino

Stando alla leggenda, una bellissima profetessa abita una grotta del Monte Sibilla, nella catehna dei Sibillini, nell'Appennino umbro-marchigiano, lì relegata da Dio ad aspettare il Giudizio universale a causa della sua superbia. Avuta la premunizione dell'imminente incarnazione del Messia nel seno di una vergine, la nostra Sibilla credette di essere lei la prescelta[1]

Le Sibille nel mondo cristiano

Dal IV secolo, le Sibille, profetesse pagane ispirate da Apollo, erano state accolte nell’ortodossia cristiana quali veggenti annunciatrici della venuta di Cristo presso i gentili. L’apologeta cristiano Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (Africa, 250 circa - Gallie, 317 circa), ricalcando il perduto canone di Marco Terenzio Varrone (Rieti, 116 a.C. - Roma, 27 a.C.), annoverava dieci sibille: Persica, Eritrea, Ellespontica, Frigia, Cimmeria, Libica, Delfica, Samia, Cumana e Tiburtina. La nostra Sibilla subì invece, rispetto alle altre, una sorta di processo di demonizzazione.


Il Guerrin Meschino

Tra i personaggi de Il Guerrin Meschino, scritto all’inizio del quarto decennio del XV secolo da Andrea da Barberino (Barberino di Valdelsa, 1370 circa - …, dopo il 1431), è stata riconosciuta, la nostra Sibilla. L’opera circolò manoscritta fino al 1473, anno dell’edizione a stampa. Dopo di questa uscirono molte altre ristampe, nelle quali, dalla seconda, al posto del nome Sibilla troviamo quello di Alcina, fata dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.
Nella didascalia iniziale del poema leggiamo: «Qui comincia il primo libro chiamato il Meschino di Durazzo: e questo nome, Meschino, fu soprannome, ché suo primo nome diritto fue Guerrino, del sangue e legnaggio de’ Reali di Francia»[2]. L’eroe, però, non conosceva i propri genitori, dal momento che da piccolo era finito schiavo a Costantinopoli. Divenuto cavaliere, Guerrino partì alla ricerca della propria famiglia. Dopo molte peripezie, nel Monte Cinna (non lontano da Tunisi), l’indovino Calgabac gli suggerì di andare nelle montagne dell’Appennino per consultare la Sibilla, che «non dèe morire di qui a finimondo»[3], perché credé di essere lei la prescelta ad accogliere l’incarnazione del Verbo. L’eroe, scalate le impervie montagne, iniziò la discesa nell’antro. Pur con qualche difficoltà, riuscì ad arrivare all’ingresso del regno della Sibilla: una porta di metallo, sorvegliata da due colossali demoni scolpiti nella pietra. Nelle mani, ognuna delle statue teneva l’iscrizione: «Chi entra in questa porta e passi l’anno ch’egli non n’esca, non morirà insino al dì del Giudizio; e allora morrà l’anima e ’l corpo suo»[4]. Dall’altra parte della soglia, ad accoglierlo, trovò seducenti damigelle, che lo accompagnarono dalla Sibilla, alla quale chiese notizie dei propri genitori. Erano vivi, ma gli avrebbe rivelato chi fossero solo se Guerrino avesse trascorso un anno nel suo regno, dove, amoreggiando con le sue damigelle, tanti altri cavalieri come lui aspettavano il Giudizio universale. Ma la grotta della Sibilla era in realtà un “inferno”: ogni sabato, fino al lunedì successivo, tutti gli abitanti della grotta erano trasformati, secondo il peccato da loro commesso, in draghi, vermi, rospi, scorpioni, scorzoni, serpenti o basilischi. Nonostante le insistenze, Guerrino non riuscì a sapere nulla sui propri genitori, tant’è che presto decise di andarsene, anche perché non voleva rimanere rinchiuso lì ad aspettare il Giudizio universale ed essere dannato per l’eternità.
Per la composizione del testo Andrea da Barberino riutilizzò tante tematiche già presenti nella letteratura cavalleresca medievale. La stessa presenza di una Sibilla nei Monti «ki Apenin a num» è attestata in Le livre de Sibile(1140 circa), una traduzione ampliata messa in versi di un’opera in prosa latina (XIsecolo), testo attribuito al poeta anglo-normanno Philippe de Thaon o de Thaun (Inghilterra, terzo decennio XI secolo - ivi, dopo il 1154)[5]. Ma, a ben guardare, la Sibilla descritta da Andrea da Barberino non ha affatto le caratteristiche di una profetessa, ma solo quelle di una maga.

Il resoconto di Antoine de la Sale

Il primo resoconto “storico” sulla grotta della Sibilla venne redatto dallo scrittore satirico Antoine de la Sale (Francia, 1388 circa - …, 1462 circa), servitore di Renato d’Angiò prima, e di Louis de Luxembourg poi: il Paradis de la reine Sibylle, scritto tra il 1437 e il 1442, anno quest’ultimo di pubblicazione, all’interno del volume La Salade. L’autore, nel 1420, arrivò alla grotta del Monte Sibilla: allora era ancora aperta (adesso è chiusa a causa di una frana), tanto che il nostro poté entrare. Superata la stretta apertura, l’antro era una camera quadrata, con tutto attorno dei sedili intagliati nella roccia, poco rischiarata da un’apertura scavata nella roccia[6]. Nomi di cavalieri, che come Antoine de la Sale avevano raggiunto la grotta, erano incisi sulle pareti della spelonca. Usciti da questa stanza, il francese notò una stretta galleria a precipizio, ma non proseguì oltre anche perché i suoi «affari erano diretti altrove»[7]. Il testo continua con dei resoconti raccolti sul posto, ritenuti affidabili, ma sui quali l’autore rimane alquanto perplesso. 
Pochi anni prima, racconta Antoine de la Sale, alcuni uomini di Montemonaco erano scesi attraverso la galleria, che, proseguendo, diventava più ampia, fino a una specie di smottamento, da dove usciva un forte vento[8]. Impauriti, gli uomini avevano deciso di tornare sui loro passi. 
L’autore continua il resoconto riferendo quanto era stato detto da un prete, che, «colpito da una follia lunatica, non possedeva interamente il suo buon senso»[9]. Quest’ultimo aveva accompagnato nella grotta dei tedeschi. Superato il vento, essi avevano raggiunto un lunghissimo ponte, non più largo però di un piede, sospeso sopra un baratro senza fondo. Tuttavia, appena messo piede sul ponte, questo diventava tanto grande da nascondere l’abisso. Subito dopo, una strada portava davanti a due statue di dragoni dagli occhi «talmente brillanti che fanno luce tutto intorno a loro»[10]. Dopo questi, attraverso una stretta galleria, si arrivava a uno spiazzo quadrangolare, dov’erano due porte di metallo che sbattevano senza sosta. «Al di là di queste porte non si vede la minima luce, ma si ode un gran frastuono, che sembra il vociare di una folla»[11].Pur terrorizzati, i tedeschi decisero di provare a superarle. Il prete, però, preferì attenderli lì. L’attesa durò più di un giorno e, a quel punto, il sacerdote tornò indietro. 
Il resoconto continua trattando di un altro cavaliere proveniente anche lui dalla Germania che, accompagnato dal suo servitore, riuscì a entrare, seppur per breve tempo, nel regno della Sibilla, e a uscirne, riferendo così lui stesso quanto aveva visto. Il cavaliere raccontò che, superate le porte metalliche, trovò un’alta porta, questa però chiusa. Di lì a poco udì una voce. Fattosi coraggio, chiamò ad alta voce. Non passò molto tempo che da dietro la porta qualcuno gli domandò la ragione del suo viaggio. Il cavaliere rispose di essere venuto lì per vedere il regno della Sibilla[12]. Poco dopo, fatta conoscere la sua parola a quest’ultima, il cavaliere, insieme al suo servitore, poté entrare nel regno. Per la legge di quest’ultimo, i visitatori potevano andarsene solo dopo l’ottavo, o dopo il trentesimo, o dopo il trecentotrentesimo giorno, pena il non uscirne più. Sempre stando alla legge, ogni uomo poteva scegliere per sé una delle dame con cui amoreggiare. In realtà queste erano dei demoni[13]. Tutti i venerdì, dopo la mezzanotte, le donne del regno diventavano serpenti, restando tali fino alla mezzanotte del sabato seguente, quando tornavano dai loro compagni più belle di prima. La stessa Sibilla diventava anche lei una donna serpente[14]. Quando stava per scadere il trecentotrentesimo giorno, il cavaliere, seguito di malavoglia dal suo scudiero, lasciò la grotta. 
Dal testo sappiamo che tutti i pericoli dell’andata erano riservati solo a coloro che, superato il limite dei trecentotrenta giorni, tentavano di scappare dal regno della Sibilla[15].
Una volta fuori, andarono a Roma per chiedere il perdono al papa. Il pontefice, tuttavia, decise di non concedere per il momento nessuna assoluzione, in modo da scoraggiare ogni altro viaggiatore che, sicuro di un facile perdono, avrebbe approfittato della situazione per passare qualche tempo nella grotta[16]. Lo scudiero, però, che pensava solo alla sua compagna lasciata nel regno della Sibilla, fece credere al padrone che il papa aveva deciso di metterli a morte. Con questo imbroglio il cavaliere, accompagnato dal suo scudiere, felice di tornare dalla sua amata, tornò al Monte Sibilla[17].
Quest’ultima vicenda, raccontata da Antoine de la Sale, richiama la leggenda del Tannhäuser, poeta medievale tedesco del XIII secolo, che, dopo una vita avventurosa, scomparve senza lasciare traccia di sé. Secondo una leggenda tedesca, arrivò al Venusberg, il monte di frau Venus, dove rimase per un anno intero. Uscitone, andò a Roma per chiedere l’assoluzione al papa, ma, non avendola ottenuta, tornò ai piaceri del regno di frau Venus. Enea Silvio Piccolomini (Pienza, 1405 - Ancona, 1464), dal 1458 papa Pio II, in una lettera scritta nel 1444 da Sankt Veit in Austria, affermava di non conoscere monti di Venere in Italia, ma di aver sentito parlare dell’esistenza di una spelunca, non lontana da Norcia (provincia di Perugia), dov’erano «striges, daemones e nocturnas umbras»[18]. L’umanista Felix Hemmerlin, detto Malleolus (Zurigo, 1388 circa - Lucerna, 1458 circa), nel dialogo De nobilitate et rusticate, del 1490 circa, identifica per la prima volta in maniera esplicita il Monte Sibilla con il Venusberg, dove spiriti maligni assumono l’aspetto di bellissime donne (probabilmente un riferimento ai succubi, demoni che, sotto le sembianze femminili, avevano rapporti carnali con uomini, esseri giunti al folclore cristiano attraverso le tradizioni di Roma antica). Non è improbabile che viandanti, pellegrini e crociati tedeschi di ritorno dalla Terra Santa, percorrendo la Salaria, potessero aver portato in Germania notizie di questa Sibilla, «interpretata» come la Venere delle leggende del Nord[19]. Una rielaborazione della leggenda del Tannhäuser, utilizzata per rendere più familiare alla cultura dei popoli dell’Europa del Nord la tradizione della nostra Sibilla.


Chi era, o meglio, cosa era la Sibilla dell’Appennino

Perché proprio in una sperduta montagna dei Monti Sibillini una terribile Sibilla era stata rinchiusa da Dio ad aspettare in vita il Giudizio universale? Le ricerche di Ileana Chirassi Colombo hanno messo in relazione la dannazione cui andarono incontro i Monti Sibillini con le persecuzioni dei movimenti cristiani di ispirazione francescana non ortodossa: Spirituali, Fraticelli, fedeli allo spirito pauperistico del testamento di san Francesco, attestati su questi monti fin dal XIII secolo. Dopo la morte del poverello d’Assisi, infatti, il movimento francescano si era spaccato in due: da una parte, gli Spirituali intendevano restare fedeli alle ispirazioni originali del santo, soprattutto in materia di povertà; dall’altra, i Conventuali accettavano, come condizione per far crescere l’Ordine, l’uso di quanto fosse necessario. Nel 1322 il Capitolo generale dell’Ordine tenuto a Perugia aveva fatto proprie le posizioni pauperistiche degli Spirituali, condannate però l’anno successivo come eretiche dalla bolla Cum inter nonnullosdi Gregorio XXII. Molti Spirituali confluirono allora nel movimento dei Fraticelli o Fratres de paupere vitadi Michele da Cesena, l’ex generale dell’Ordine francescano che nel 1322 aveva convocato il Capitolo generale[20]. Nella prima metà del XV secolo, san Giacomo della Marca, predicatore francescano degli Osservanti di Monteprandone, intraprese una dura battaglia per estirpare dal territorio l’eresia dei Fraticelli. Tra questi gruppi ereticali poteva circolare anche materiale sibillino. È stato ipotizzato, pur con qualche dubbio, che un testo profetico con un messaggio messianico, millenarista e antipapale potesse trovarsi alle spalle della complessa leggenda della nostra Sibilla.
Il testo profetico chiamato Sibilla Tiburtinapuò aiutare a “interpretare” questo “demone”. Stando alla tradizione, quando il Senato romano volle venerare come un dio l’imperatore Augusto, quest’ultimo, indeciso se accettare o meno, chiese il parere della Sibilla Tiburtina, che rivelò quale fosse l’unico Dio: un umile bambino ebreo, al quale lo stesso imperatore avrebbe dovuto offrire sacrifici. Questa leggenda divenne col tempo uno dei testi profetici più diffusi del Medioevo. La più antica redazione è quella elaborata in latino nel 1030 circa raccogliendo materiale di diversa provenienza, dove nell’ultima sezione del testo è narrato l’arrivo di un imperatore, che, riunito l’intero mondo sotto le insegne della Croce, lo restituirà a Dio, dando inizio all’avvento dell’Anticristo, che porterà poi al Giudizio universale[21]. Forse, proprio una “variante” dello schema della Sibilla Tiburtina, aggiornato sugli scritti del filosofo Gioacchino da Fiore (Celico, 1135 circa - Pietrafitta, 1202), per il quale l’Anticristo non era altro che un eretico che avrebbe preso il papato[22], poteva fornire una sorta di testo di riferimento per quei gruppi dissidenti che allora erano impegnati nel rinnovamento della società cristiana (l’Anticristo della profezia sarebbe stato lo stesso Gregorio XXII). Gioacchino da Fiore aveva preannunciato l’arrivo dell’Anticristo, che, preso possesso del soglio di Pietro, avrebbe dovuto affrontare, prima di essere sconfitto dal Cristo una volta per tutte, dei santi monaci rimasti fedeli all’insegnamento di Gesù (che per gli Spirituali non erano altro che loro stessi)[23]. Non è improbabile l’esistenza di un testo del genere, fatto presto “scomparire”.
Tornando alGuerrin Meschino, quando, sul Monte Cinna, non lontano da Tunisi, l’indovino Calgabac suggerì a Guerrino di andare nelle montagne dell’Appennino, il cavaliere errante arrivò in Calabria, dove riuscì a sapere che l’antro della Sibilla era situato in una montagna sopra la città di Nocea, identificata da Mauro Cursietti con l’attuale Lucera, in provincia di Foggia, nell’Appennino pugliese-calabrese, di certo più facile da raggiungere per Guerrino dalla Calabria[24]. Potremmo dunque concludere che la vicenda di Guerrino non riguardò i Monti Sibillini. Tuttavia, questo racconto poteva ben essere ambientato nelle Marche, piuttosto che in Puglia, dove già tante leggende di streghe, demoni e ombre notturne erano state diffuse dagli stessi predicatori francescani allora impegnati contro quei frati che ancora riconoscevano nella povertà l’unico modo per seguire gli insegnamenti di san Francesco[25]. Quando arrivò Antoine de la Sale, tutti i Sibillini erano ormai conosciuti come monti maledetti. 


La strega dell'Appennino

Nella finzione letterale del testo di Antoine de la Sale, come per quello di Andrea da Barberino, più che una profetessa, la nostra Sibilla sembra una maga[26]. Nel 1504 venne istituito un processo per stregoneria contro il trentino Zuan Delle Piatte (ma i fatti erano accaduti nel 1487 circa). Quest’ultimo, istruito nelle arti magiche da un frate rinnegato, decise col suo maestro di recarsi fino a «el Monte de Venus ubi habitat la donna Herodiades»[27]. Dopo tre giorni di cammino, i due giunsero ai piedi di un lago azzurro (probabilmente il lago di Pilato), nei pressi del quale un frate, prima di cedere loro il passo, li obbligò a rinnegare Dio, la Vergine e la fede cristiana. Dopo ciò, li accompagnò all’imbocco della grotta. La legge del regno era sempre la stessa: nessuno ne sarebbe potuto più uscire una volta trascorso un anno da quando vi fosse entrato. Superata un’altra porta, raggiunsero la «donna Venus». Zuan Delle Piatte dichiarò che in alcune notti tutti gli abitanti del regno volavano sopra a dei cavalli neri facendo il giro della Terra, fermandosi ogni tanto per mangiare, bere malvasia, ribola e vernaccia, e ballare: un sabba, condotto dalla stessa Sibilla, oramai niente più che una strega[28], tanto che nel Quaestio de strigibusscritto nel 1522 dall’inquisitore domenicano Bartolomeo Spina (Pisa, 1474 - Roma, tra il dicembre 1546 e il gennaio 1547) è indicata come «domina cursus» (quella donna che presiede i sabba)[29]. Dal XIX secolo, studi soprattutto di carattere esoterico, ne hanno completamente stravolto il significato, tanto da farla diventare una dea[30].


Il lago degli stregoni

Il lago di Pilato, sul Monte Vettore, nel massiccio dei Monti Sibillini, a quasi 2000 m s.l.m., era considerato un luogo frequentato da negromanti, che andavano lì per consacrare i propri libri ai diavoli che abitavano lo specchio d’acqua,
Il monaco benedettino Petrus Berchorius (Saint-Pierre-du-Chemin 1290 circa - Parigi 1362), in un passo del suo Reductorium morale (scritto probabilmente prima del 1342 ad Avignone, ma rielaborato nel 1350 a Parigi), ricorda: 

…inter montes isti civitati[Norcia] proximos esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter inhabitatum ad quem nullus hodie praeter necromanticos potest accedere quin a daemonibus rapiatur[31]

Fazio degli Uberti (Pisa, 1309 circa - Verona, 1367 circa) è uno dei primi a ricollegare il lago a Ponzio Pilato. In alcune strofe del suo DittamondoDicta mundi(1345-67), un poema dottrinale storico-geografico in terzine dantesche, in cui è narrato del viaggio compiuto dall’autore nel mondo allora conosciuto, egli menziona il lago del «monte di Pilato»[32].
In una predica di fra’ Bernardino Bonavoglia da Foligno (1400 circa), conservata in un manoscritto della Biblioteca comunale di Foligno, è descritto in maniera particolareggiata il rito eseguito per consacrare i libri al demonio. Il negromante, costruito un altare con tre cerchi, nel terzo dei quali poneva un’offerta per il demonio, lo invocava leggendo il suo nome dal libro che volevano consacrargli. Una volta chiamato, questo domandava perché era stato cercato e, subito, il negromante ribatteva: «Volo hunc librum consecrare idest volo ut tenearis facere omnia quae in ipso scripta sunt quotiens te invocavero et pro labore tuo dabo animam mea»[33]. Una volta stretto il patto, il demonio tracciava sul libro dei segni misteriosi (in questo modo veniva consacrato), impegnandosi allo stesso tempo a fare tutto quanto richiesto dallo stregone.
Antoine de la Sale, ne Le Paradis de la Reine Sybille, dà una descrizione dettagliata di com’era allora il lago:

Questo monte del lago [il Monte Vettore] è alto dieci miglia, al dire della gente del luogo [i Norcini]; e quando si è in cima si vede molto chiaramente il mare di Roma verso mezzogiorno, e dal lato della tramontana si vede molto chiaramente il golfo di Venezia [il mare Adriatico], che è chiamato Mare Oceano. In tutte le stagioni dell’anno vi è la neve. È assai brullo e secco, poiché, fino a molto in basso, sarebbe difficile trovarvi un albero o alcuna verzura. Sulla cima del monte vi è una depressione profonda circa un quarto della sua altezza; e là il lago di cui si dice non si trovi il fondo. […] Al centro vi è un’isoletta, fatta di sola roccia, che una volta era interamente cinta di mura; le fondamenta restano ancora in più punti. Dalla riva all’isoletta vi è una massicciata coperta d’acqua per lo spessore di cinque piedi, come mi dissero laggiù, ed essa fu distrutta dalla gente del luogo in modo tale che non si potesse indovinare l’esistenza, affinché coloro che si recavano all’isola per consacrare libri d’arte negromantica non la potessero trovare. L’isola è strettamente sorvegliata dalla gente del luogo, perché, quando qualcuno vi perviene di nascosto e vi compie la sua arte diabolica, subito dopo si solleva sul posto una tempesta così grande che rovina tutti i raccolti e i beni della contrada[34].

Antoine de la Sale riferisce che, quando l’imperatore Tito Vespasiano distrusse la città di Gerusalemme per vendicare la morte del Cristo, condusse con sé a Roma Ponzio Pilato per condannarlo a morte. Prima di morire, il procuratore chiese una grazia all’imperatore: che il suo cadavere, posto in un carro trainato da bufali, fosse lasciato in balìa della sorte. Vespasiano, dato il suo assenso alla strana richiesta, ordinò che il carro fosse seguito da lontano per tutto il tragitto. I bufali, arrivati al lago di Pilato, corsero come impazziti dentro le sue gelide acque[35].
Nicolò Peranzoni nel De Laudibus Piceni (1510-1527) scrive che una delle ragioni della fama del lago di Pilato è dovuta a dei circoli incisi sulla roccia, tracciati, stando alla tradizione, o da Virgilio, fin dal Medioevo ritenuto un mago, o da Cecco d’Ascoli (Ancarano?, 1269 - Firenze, 1327), poeta, filosofo, astrologo, medico e mago[36].
Tutte queste storie sono da ricollegare all’immaginario riguardante la stregoneria, diffuso dai predicatori francescani, che aveva poi anche influito sulla stessa leggenda della Sibilla.


Le fate dei Sibillini 

Stando alla tradizione, i Monti Sibillini sono abitati da fate (dal latino fatum, «fato», plurale fata, secondo fonti altomedievali discendenti dalle Parche): giovani bellissime, che però al posto dei piedi hanno zoccoli di capre, tenuti nascosti da lunghe gonne. 
Fernand Desonay (Verviers, 1899 - Lavacherie, 1973), archeologo dilettante, raccolse nel secolo scorso a Foce (frazione di Montemonaco) la seguente storia: un pastore, sollevata la gonna di una fata, scoprì che al posto dei piedi aveva degli zoccoli caprini. La fata, per non far rivelare ciò, gli offrì immense ricchezze in cambio del suo silenzio. Stretto il patto, però, non passò troppo tempo che l’uomo rivelò il segreto delle fate: in un batter di ciglia tutte le sue ricchezze scomparvero[37].
Il progetto di ricerca sulla tradizione folcloristica «Il Piceno, una terra dalle tracce millenarie», coordinato da Stefano Treggiari, ha raccolto la seguente testimonianza:

Mio padre […] la sera andava a ballare nelle case dove si radunavano i giovanotti del paese […]. Venivano a ballare delle donne di fuori, bellissime, che nessuno conosceva, tutte vestite per bene, che ballavano scalze con loro. Erano le fate che quando ballavano gli scrocchiavano le gambe [facevano un rumore uguale a quello che fanno le capre quando camminano […][38].

La leggenda delle nostre fate non è da confondere con quella delle fairydella tradizione inglese (famose anche perché presenti in alcuni testi teatrali di William Shakespeare). Più vicine alle nostre sono le lamie della tradizione greca, donne molto belle ma dai piedi deformi, con zampe di bue, di asino o, come le fate dei Sibillini, di capra[39].



I mazzamurelli 

Nelle notti, un brusco rumore, come se qualcuno colpisse le mura dell’abitazione, spaventava gli abitanti dei paesi delle Marche meridionali. Erano i mazzamurelli. La scrittrice Caterina Pigorini-Beri (Fontanellato, 1845 - Roma, 1924), in un’intervista fatta a una vecchia di Camerino (pur se distante da Fermo, il folclore è lo stesso), domandando chi erano i mazzamurelli, ottenne questa risposta: «Sono quelle benedett’anime, capisci?»[40].
Con «anime benedette» erano chiamati i morti condannati alle sofferenze del Purgatorio, che tornavano a far sentire la loro presenza ai vivi. Spaventando questi ultimi, volevano ricordare la loro condizione, chiedendo così messe in suffragio per la propria anima, in modo da accorciare la loro sofferenza. 
La Pigorini-Beri, in maniera troppo sbrigativa, ha assimilato queste «benedett’anime» con i folletti del folclore romano, detti mazzamurelli. Una tradizione poi ripresa da tanta letteratura e che ha finito per influenzare l’attuale immaginario collettivo. Il nome stesso di mazzamurelli non è per niente del nostro territorio, ma lo ha utilizzato la Pigorini-Beri per “spiegare” cosa sono «quelle benedett’anime»[41].


Conclusioni


Da questa carrellata possiamo concludere che le tante leggende delle Marche meridionali derivano tutte dal folclore mediterraneo, che, dalla Grecia, arrivò in tutta Europa. Il Venusberg, che può sembrare un’eccezione, non è altro che la nostra leggenda della Sibilla “portata” in territorio tedesco


[1] Per la formazione di questa leggenda cfr. Chirassi Colombo 1997, pp. 37-64. I Monti Sibillini sono formati da una catena calcarea (Mesozoico, 248-65 milioni di anni fa) correlabile alle formazioni sedimentarie emerse durante la prima fase di sviluppo dell’Appennino. La morfologia è molto varia. Molte montagne superano i 2.000 metri di quota: Monte Vettore (2.476 m), Cima del Redentore (2.448 m), Pizzo del Diavolo (2.410 m), Monte Priora (2.332 m), Pizzo Berro (2.259 m), Quarto San Lorenzo (2.247 m), Monte Porche (2.233 m), Cima Vallelunga (2.221 m), Monte Sibilla (2.173 m), Palazzo Borghese (2.119), Monte Rotondo (2.102 m) e Pizzo Tre Vescovi (2.092 m). Per la natura calcarea del substrato, che permette alle acque piovane di penetrare nel sottosuolo, i Sibillini sono soggetti a fenomeni di carsismo.  
[2] Andrea da Barberino 2005, p. 3.
 [3] Andrea da Barberino 2005, p. 330.
 [4] Andrea da Barberino 2005, p. 349.
 [5] Chirassi Colombo 2002, pp. 536-537.
 [6] Antoine de la Sale 2001, p. 23.
 [7] Antoine de la Sale 2001, p. 25.
 [8] Antoine de la Sale 2001, p. 27.
 [9] Antoine de la Sale 2001., p. 29.
 [10] Antoine de la Sale 2001, p. 33.
 [11] Antoine de la Sale 2001, p. 35.
 [12] Antoine de la Sale 2001, p. 37.
 [13]Antoine de la Sale 2001, p. 43.
 [14]Probabilmente una rielaborazione della storia della fata Melusina (Chirassi Colombo 1997, p. 54).
 [15] Antoine de la Sale 2001, p. 47.
 [16] Antoine de la Sale 2001, p. 53.
 [17] Antoine de la Sale 2001, p. 57.
 [18]La storia tra storie e leggende 1990, p. 90.
 [19] Chirassi Colombo 2002, pp. 546-547.
 [20] Lambertini 2000, pp. 38-53.
 [21] Il testo della Sibilla Tiburtinaè in Potestà - Rizzi 2012, pp. 360-381.
 [22] Chirassi Colombo 2002, pp. 536-537. Nei suoi scritti Gioacchino da Fiore divide il tempo in tre grandi epoche: la prima era quella del Padre, spettante ai coniugati (Antico Testamento), la seconda quella Figlio, dei chierici (Nuovo Testamento), la terza, quella dello Spirito Santo, dei monaci, che, guidati da quest’ultimo, interpretano in modo nuovo tutti i testi sacri, per il filosofo, sostenitore della povertà eremitica, dei predicatori (cfr. Potestà 2004).
 [23] Chirassi Colombo 2002, pp. 536-537.
 [24] Andrea da Barberino 2005, p. 332, n. 3.
 [25] Fonzi 2015, pp. 490-491.
 [26] Fonzi 2015, p. 490.
 [27] Ginzburg 2008, p. 86.
 [28] I sabba erano raduni notturni di streghe che, avendo stretto patti con demoni per ricevere da loro particolari poteri, erano trasportate in volo in luoghi sinistri per banchettare con i diavoli.
 [29] Fonzi 2015, p. 491.
 [30] Cfr. Fonzi 2015.
 [31] «…tra i monti vicinissimi a questa città [Norcia], c’è un lago dichiarato da antichi demoni di loro proprietà ed abitato da essi sensibilmente; nessuno oggi, all’infuori dei negromanti, si può avvicinare ad esso senza essere rapito dai demoni» (traduzione in La storia tra storie e leggende 1990, p. 89).
 [32]La storia tra storie e leggende 1990, p. 96.
 [33] «Voglio consacrare questo libro, cioè voglio che tu sia tenuto a fare tutto quello che è scritto in esso ogni qual volta ti invocherò, e per il tuo lavoro ti darò la mia anima» (traduzione in La storia tra storie e leggende 1990, p. 93).
 [34] Antoine de la Sale 2001, pp. 9 e 11.
 [35] Antoine de la Sale 2001, p. 9.
 [36]La storia tra storie e leggende1990, p. 108.
 [37]La storia tra storie e leggende1990, p. 129.
 [38] http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca/tabid/41/ids/86640/Il-Piceno-una-terra-dalle-tracce-millenarie-/Default.aspx.
 [39] Braccini 2012, pp. 60-61.
 [40]Pigorini-Beri 1889, p. 44.
 [41]Per i Mazzamurelli cfr. Paciaroni 2015b.
 
 

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