giovedì 1 settembre 2016

L'invidia, una credenza diffusa nelle campagne fermane

Allegoria dell'Invidia, incisione di di Jacob Matham
Una delle credenze popolari più diffuse nel Fermano era quella dell’«invidia»: dei cattivi pensieri che una persona rivolgeva a un’altra. Questi davano all’«invidiato» del «dolore», come forti mal di testa. Per farli passare era necessario ricorrere a qualche «donna» in grado di togliere l’«invidia». Questa, preparato un piattino con dell’acqua, prendeva un po’ d’olio da mettere sulla punta di un coltello, facendolo poi cadere nell’acqua. Recitava poi per tre volte la seguente formula, facendo il segno della croce col coltello: «A MARIO [era utilizzato il nome dell’«invidiato»] l’ha invidiato / tre angeli l’ha aiutato / Padre, Figlio e Spirito Santo». 


Ogni «donna» aveva una propria formula. Se l’olio nel piattino diventava una chiazza, qualcuno invidiava il nostro «MARIO». Tuttavia, fatto questo, il «dolore» doveva passare, ma bisognava fare attenzione a non buttare l’acqua utilizzata in un posto dove sarebbe potuto passato il nostro «invidiato», altrimenti il dolore ricominciava. L’invidia passava così da «MARIO» all’acqua, che doveva essere «allontanata» per sempre dall’invidiato. Quella di gettare via quanto utilizzato in riti di «purificazione», impregnati dal «male», era una pratica utilizzata nella Grecia antica. 
Questo «metodo» per togliere l’«invidia», seppure tra le innumerevoli varianti, è una pratica ampiamente attestata tuttora in tanti altri Paesi europei del Mediterraneo (Spagna, Francia meridionale e Grecia).

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