domenica 22 marzo 2015

L’incastellamento nel Fermano

Negli ultimi anni del IX secolo, l’Italia era stata investita da una nuova serie di invasioni: Ungari e, poi, Saraceni. I centri abitati più vulnerabili, come i villaggi delle campagne, dovettero essere ben presto fortificati.
In questa prima fase i castelli non erano altro che costruzioni rozze, per lo più dei recinti fortificati da una palizzata, protetta da un fossato. Solo nel xii-xiii  compariranno le muraglie merlate.
L’incastellamento, ben presto, portò alla creazione di piccoli nuclei fortificati, a difesa di villaggi, insediamenti rurali o corti, quasi sempre per iniziativa dei maggiori proprietari terrieri, in cui larga parte della popolazione rurale era costretta a trasferirsi: questa si trovava in una condizione di dipendenza dal signore della fortezza. Del resto, questi signorotti, con la costruzione di un castello, si garantivano il controllo degli uomini che su di esso vivevano. I proprietari delle fortezze, in cambio della sicurezza, si attribuivano il diritto di amministrare la giustizia, imporre tasse e richiedere il servizio militare. I diritti così acquisiti diventarono beni allodiali: liberamente trasmissibile in eredità. Ben presto si costituiranno in tutta la Marca meridionale durature dinastie signorili. Tra queste i signori di Urbisaglia, Petriolo, Loro, Sant’Angelo in Pontano, Mogliano, Montappone, Massa, Falerone, Penna San Giovanni, Smerillo, Montepassillo (Comunanza), Arquata e Acquaviva, i Brunforte, i conti Bonifaci, i Tebaldeschi e i Tasselgardeschi.
I vescovi fermani cercarono di tenere legate a sé le nuove famiglie signorili concedendo loro benefici in cambio della prestazione di vari servizi, compreso quello militare.
In questo stesso periodo, a Fermo, l’Episcopato consolidò la propria egemonia politica sulla città. Probabilmente le stesse mura della di Fermo vennero rinforzate. 


Vedi  L. Tomei, Genesi e primi sviluppi cit.

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