venerdì 31 gennaio 2014

Breve storia di Porto San Giorgio

Nel 1164 Porto San Giorgio era annoverato tra i possessi del Capitolo dei canonici del duomo di Fermo.
Nel 1214 il marchese Aldobrandino d’Este, rettore della Marca di Ancona, concesse a Fermo l’uso del Portus Sancti Georgii, ceduto in affitto solo nel 1266 dal Capitolo alla città, con un contratto tacitamente rinnovabili ogni 50 anni, dietro il pagamento di un canone annuo di 100 lire da dedurre dai proventi dello scalo. Nel caso gli introiti avessero superato la cifra stabilita, l’eccedenza sarebbe andata a Fermo, se invece fossero stati inferiori, sarebbero dovuti andare per intero al Capitolo del duomo.

Breve storia di Monterubbiano

Il territorio comunale era abitato fin dall’Età del Ferro, com’è attestato dal ritrovamento di manufatti litici. Resti di una villa rustica romana vennero riconosciuti nel 1898 in contrada San Gregorio.  
Stando a una tradizione (senza nessun fondamento), dov'e adesso Monterubbiano, i Romani avevano fondato la città di Urbs Urbana. Per l’abate Giuseppe Colucci il nome della cittadina deriva dalla "robbia" (latino rubia)  “erba utilissima e di gran commercio nei tempi antichi e da questa singolarità si ha guadagnato il nome di Monte Rubbiano”. 
Dal xiii secolo la cittadina era un comune, retto da un podestà: un magistrato forestiero, la cui carica durava per un breve periodo. Per le questioni più importanti era convocato un Consiglio generale. In quel periodo è attestata a Monterubbiano la presenza di una comunità ebraica. Il ghetto era nell'attuale via Garibaldi.

Torre di Palme. Frazione di Fermo

Nel 1088 Zabulina, del fu conte Rinaldo, vedova di Ugolino, cedette al vescovo di Fermo Ugo, con il consenso di Bambo suo mundoaldo (capo famiglia), tra gli altri beni, la giurisdizione sui castelli di Palme e di Palma Vetula, poi uniti in un unico centro fortificato, chiamato Turris Palmarum, concesso dall’Episcopato a una stirpe di signori laici, discendente dai fratelli Tebaldus e Grimaldus, figli di Alberti, attestati nel 1108.

Collina. Frazione di Monte Vidon Combatte

Veduta dei resti del castrum de Collina
Frazione Collina Nuova, a Monte Vidon Combatte, venne costruita nel 1934 per gli abitanti di frazione Collina Vecchia, sfollati dopo il terremoto del 1915. Lì era il castrum de Collina, eretto entro la metà dell'xi secolo. Nel 1329, quando è tenuto a contribuire allo stipendio del podestà di Fermo, Collina risulta assoggettato alla giurisdizione di quest’ultima città (p. 475.), che lo controllava tramite un vicario del podestà fermano. Il funzionario, che peraltro poteva eleggere un proprio sostituto, restava in carica un anno. 

Breve storia di Monte Giberto

Fino al xii secolo non è attestato nessun castrum. Tuttavia, quest'ultimo dovette essere realizzato per lo meno entro i primi anni di quel secolo. Prima del xiv secolo Mons Giberti venne assoggettato da Fermo, che lo controllava tramite un vicario del podestà fermano. Il funzionario, che peraltro poteva eleggere un proprio sostituto, restava in carica un anno.

L’abbazia di San Bartolomeo a Campofilone


L’abbazia di San Bartolomeo, in piazza Roma, venne ricostruita negli anni 1843-55 su progetto di Filippo Roncalli, dov’era la chiesa del monasterio Beati Sancti Bartolomey, eretto entro la prima metà dell’xi secolo. Nel 1421 papa Martino V concesse l’abbazia di Campofilone in commenda a ecclesiastici di nomina pontificia. Nel 1571 il pontefice Pio V, con la bolla di erezione della diocesi di Ripatransone, elencando le giurisdizioni limitrofe di quest’ultima, ricorda l’abbazia di Campofilone, dichiarata nullius dioecesis, perché la nomina dell’abate spettava al pontefice regnate. Negli anni 1843-55, come abbiamo detto, venne rifatta la chiesa romanica. Filippo Roncalli progettò una basilica a croce greca a tre navate con cupola all’incrocio dei bracci. Dal 1893 l’amministrazione dell’abbazia passò al clero secolare.

Le Stanze sopra la morte di Rodomonte. Il primo libro stampato a Fermo

Riedizione anastatica delle
Stanze sopra la morte di Rodomonte
Nel 1576 (una data piuttosto tarda, rispetto ad altre città), venne introdotta a Fermo l’arte tipografica. La prima edizione a stampa degli Statuta firmanorum era stata impressa a Venezia nel 1507 per conto di Marco Martelli, cittadino di Fermo e Venezia, dagli editori Niccolò Brenta e Alessandro Bindoni, mentre la prima edizione fermana, per i tipi di Sertorio Monti, porta la data del 1589.

giovedì 30 gennaio 2014

Breve storia di Moresco

Nel xii secolo il castrum Morischi apparteneva ai conti Bonifaci (una potente famiglia signorile del Fermano). Per un'improbabile tradizione Moresco venne fondato da un gruppo di mori al servizio di Roberto il Guiscardo (al quale per un breve periodo era stata ceduta la Marca fermana dall’imperatore Enrico IV). 

Breve storia di Ortezzano


Nel 1877, in contrada San Massimo, venne recuperato un pavimento a mosaico d’epoca romana, andato purtroppo disperso sul mercato antiquario. In contrada Cisterna, non lontano dalla chiesa di Santa Maria della Sanità, troviamo delle strutture murarie romane pertinenti a un impianto idrico. Del resto, lo stesso toponimo Ortezzano è un prediale romano, derivato dal nome dell’antico proprietario del fondo, unito al suffisso aggettivamente -anus.

Sant’Elpidio Morico. Frazione di Monsampietro Morico

Sant’Elpidio Morico, come abbiamo detto frazione di Monsampietro Morico, era alla fine del xii secolo un castrum  censuario del monastero di Santa Vittoria in Matenano.  Sancti Elpidii Morici,  venne assoggettato da Fermo prima 1355, quando compare tra i castelli della città che dovevano prestargli il giuramento di fedeltà.

Le streghe del Fermano

Una delle credenze diffuse nella campagna fermana era quella delle streghe, che la notte «bevevano» il sangue di neonati indifesi. Queste potevano assumere le sembianze di gatti, entrando così più facilmente nelle case. Luoghi frequentati dalle streghe per i loro raduni erano soprattutto boschetti.
La scrittrice Caterina Pigorini-Beri, in un’intervista a una vecchia di Camerino, riporta le seguenti notizie sulle streghe, che, pur se pur raccolte in un posto distante dal nostro territorio, hanno le stesse caratteristiche di quelle del Fermano[1]:

Le streghe so’ triste tanto [molto cattive], signora mia. Sapessaste! Io non le ho viste mai, ma al venerdì notte fanno rumore su per le macchie [boscaglie]. Fanno tutti li versi meno che quello del cane: smiagolano, urlano, piangono come le creature. Ma il cane per loro è molto temoso [temuto][2].

Chiese poi se il gatto era un animale da streghe:

…figurati, signora mia, che ’na volta un giovinottello aveva la ragazza e tutti gli dicevano che era una strega e lui non ci credea affatto, ma venne lo giorno che ci dovette credere di filo. Si facea un festino ne la villa [paese] e s’erano dato appuntamento di trovarsi per ballare insieme il salterello [ballo marchigiano] che, dice, era ’na ballerina delle meglio del vicinato. Aspettò fino alla mezzanotte e la ragazza non venne e lui si dava al diavolo per la gelosia.

Sul tardi, arrivò

…una bella gattuccia, con du’ occhi che parevano du’ stelle. Dice un amico – guarda quella gattuccia come è bellina: ha gli occhi come la ragazza tua. E allora e’ venne in gran sospetto e disse: è belluccia davvero e me la voglio recare a casa: dammi un po’ un sacco; e detto e fatto gliela ficcarono drento [dentro]. Che t’ho da dire? Al mattino lo sacco era pieno pieno: indovina un po’? C’era drento la ragazza nuda senza camicia[3].

Continuando poi a raccontare cosa fanno le streghe, l’intervistata narra che:

Stregano, incantano, fanno l’effetto dell’invidia e dell’occhio cattivo, succhiano il sangue alla notte e ci lasciano tutte more [lividi] alli grandi e alle creature [neonati], e questo lo potete credere che è sacrosanto.

Racconta ancora la donna intervistata da Caterina Pigorini-Beri che aveva «’na creaturella sui du’ mesi e la notte piagnea, piagnea sempre, povera monella, e andava in cattiva salute [deperiva]». Per risolvere la questione andò da una «donna» che l’«insegnò che badassi quando che qualche femmina la toccava, io dovessi stare attenta se diceva mai – n’ gli noccia [non gli noccia, un buon augurio che le streghe non riuscivano a pronunciare] – perché se non lo dicea era segno che gli bevea lo sangue la notte»[4].
Essere una strega, però, non era sempre una scelta, ma anche una condanna. Bastava un battesimo fatto «male» (in genere i «compari» sbagliavano qualcosa nel rito), e la bambina, crescendo, diventava una strega.
Queste stesse storie sulle streghe sono attestate in tutta Europa.




[1] Basta un confronto con le interviste sulle streghe raccolte nel progetto «Il Piceno, una terra dalle tracce millenarie», che del resto sembrano prese direttamente da questo testo, tanto che aggiungono poco.
[2] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., p. 45.
[3] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., pp. 45-46.
[4] Pigorini-Beri, Costumi e superstizioni cit., p. 47. Nel Fermano, per vedere se una strega succhiava il sangue di un neonato, era sparsa sul davanzale della finestra dove dormiva quest’ultimo della cenere la sera prima di mettere il piccolo a dormire. Se la mattina dopo erano trovate delle impronte di gatto, una strega era passata a bere il sangue del neonato. Per tenere lontano le streghe dai piccoli erano utilizzati dei braccialetti di corallo.

La chiesa di San Francesco a Monsampietro Morico


La chiesa di San Francesco d’Assisi venne eretta dai Francescani nel 1671, come pare attestare questa data sullo stemma dei Canonici lateranensi collocato sopra il portale nella facciata dell’edificio (probabilmente realizzato col contributo di quest’ultimi). La costruzione venne realizzata su una preesistente chiesa del 1513, allora dedicata alla Madonna della Misericordia. L’edificio, chiuso nel 1985, è tuttora in disuso.

Le "pinturette"


Nella campagna fermata, se non nelle stesse cittadine, troviamo tante edicole sacre. Il nome più comune di queste ultime, costruzioni che sono attestate dal XVII secolo, è "pinturette", perché lì è collocata un'immagine sacra: un dipinto («pintura»), una stampa o una oleografia, il più delle volte raffigurante la Vergine, nell’iconografia della Madonna del Pianto (la più frequente nel Fermano, dato che a Fermo, nel santuario della Madonna del Pianto, è venerata un sua statua, tante volte riprodotta in queste "pinturette"), di quella della Madonna di Loreto o dell’Immacolata Concezione. 

mercoledì 29 gennaio 2014

martedì 28 gennaio 2014

La cappella dell'Immacolata Concezione nella cattedrale dell'Assunta a Fermo


La cappella dell'Immacolata Concezione nella cattedrale dell'Assunta prese questo titolo nel primo anniversario della proclamazione del dogma (1855), quando l’arcivescovo di Fermo Filippo De Angelis, in nome di papa Pio IX, fregiò di una corona d’oro l’immagine dell’Immacolata Concezione, dipinta da Giacomo Cordella, copia di un quadro dello stesso pittore nella chiesa di Sant'Andrea della Valle a Roma.

Descrizione iconografica-iconologica delle sculture del portale della cattedrale dell'Assunta a Fermo


Le fate dei monti Sibillini


La chiesa di San Giorgio a Porto San Giorgio

La chiesa di San Giorgio venne eretta su progetto dell’architetto Ildebrando Giunchini, al posto di quella dovuta demolire nel 1803 per le insalubri esalazioni delle sepolture, corrotte dalle infiltrazione d’acqua del vicino fosso Rivo. I lavori, iniziati nel 1829, durarono fino al 1851. Capomastro era Giovanni Basili.  Gaetano Ferri realizzò le decorazioni interne.

lunedì 27 gennaio 2014

I Piceni a Belmonte Piceno

Databili al viii-iii secolo a.C. sono le necropoli di Belmonte Piceno rinvenute agli del secolo corso del secolo scorso.
Negli anni 1909-11 gli scavi della Soprintendenza archeologica a Colle Lete (oggi Colle Ete), guidati da Innocenzo Dall’Osso, identificarono quasi trecento tombe. Subito sopra, nell’attuale frazione Colle Tenna, Innocenzo Dall’Osso individuò quello che ritenne l’abitato corrispondente, difeso da un muraglione in pietrame a secco. Un altro ritrovamento di tombe è del 1928.
I reperti trovati, sistemati nel Museo archeologico di Ancona (dove sono tuttora), vennero pesantemente danneggiati dal bombardamento del 1943.

Alteta. Frazione di Montegiorgio

chiesa di San Zenone
Il castrum Altete venne assoggettato da Fermo entro il 1355 (p. 471). Nel 1413, i Malatesta, allora in guerra con il signore di Fermo Ludovico Migliorati, prendevano il castello, riconquistato dai Fermani tre anni dopo.

Monteverde. Frazione di Montegiorgio


Il castrum Montisviridis venne venduto nel 1366 dal cardinale Gil de Albornoz a Montegiorgio. Non molto tempo dopo, nel 1396, Monteverde venne ceduto da papa Bonifacio IX al legum doctor Antonio Aceti (dopo la sua condanna a morte, il signore di Fermo Ludovico Migliorati cedette il castello a Simone dell’Aquila). Francesco Sforza, morto quest'ultimo nel 1434, consegnò Monteverde agli eredi di Antonio Aceti.

Cerreto. Frazione di Montegiorgio

Cerreto è dal 1896 frazione di Montegiorgio. Il castrum Cerreti agli inizi dell’xi secolo era giurisdizione di signori laici. Nel 1143 Berardo, Ruggero e Rinaldo trasferirono ogni loro diritto sul castello alla Chiesa fermana. Nel 1194 il vescovo di Fermo Presbitero cedette in feudo il castello al rettore della Marca d’Ancona Gottiboldo.

Il teatro Pagani a Monterubbiano

Il teatro Pagani a Monterubbiano, eretto entro il 1875 su progetto, in parte modificato, dell'architetto Francesco Ridolfi, venne realizzato riutilizzando le murature dell’incompiuto palazzo Pagani (costruzione iniziata nel 1583, ma mai ultimata).

Breve storia di Sant'Elpidio a Mare

Il nome dell’antico castello di Sancto Elpidio compare nei primi documenti con l’aggettivo Maiore. L’aggettivo era utilizzato per distinguere gli Elpidiensi dagli abitanti di Sant’Elpidio Morico. Dalla metà del xiii secolo è attestata l’espressione ad mare, utilizzata per il semplice fatto che il territorio comunale era delimitato a est dall’Adriatico (fino al 1952, quando venne istituito il comune di Porto Sant’Elpidio).
In località Santa Lucia, a nord dell’abitato, sono più volte venuti alla luce reperti archeologici di età romana, così come nei pressi della scomparsa chiesa di San Pietro, edificata su alcuni ruderi di una costruzione romana, a poco più di mezzo chilometro dall'abitato.

Il Volto Santo di Amandola

Nell’altare maggiore della chiesa di San Francesco ad Amandola, in una croce di recente fattura, è collocato un Crocifisso ligneo (fine xiii sec.), già nell’abbazia dei Santi Vincenzo ed Anastasio, sempre ad Amandola, fuori la cittadina.
Nella croce, il Cristo nè coperto da una lunga tunica manicata, fermata in vita da un complesso nodo. Le braccia sono state aggiunte agli inizi del xv secolo[1].

Torchiaro. Frazione di Ponzano di Fermo


Frazione Torchiaro era comune fino al 1860, quando venne aggregato a Ponzano. Il castrum Torchlarii o Trocchiarii venne assoggettato da Fermo entro l'inizio del xiv secolo.

La chiesa dei Santi Simone e Giuda venne costruita su progetto dell’architetto Alessandro Vassalli, dopo delibera del 1827 del Consiglio comunale.

domenica 26 gennaio 2014

Ludovico Euffreducci

Ludovico Euffreducci, nato a Fermo nel 1497, da Tommaso e Celanzia degli Oddi, era il nipote di Liverotto. Nel 1503 dopo la morte di quest’ultimo, lasciò Fermo per Perugia, dove, una volta cresciuto, entrò a far parte delle milizie di Giampaolo Baglioni, signore della città.

Gli anni della signoria di Francesco Sforza a Fermo

Francesco Sforza, nato a San Miniato nel 1401, era figlio di Muzio Attendolo, detto Sforza, e di Lucia di Torsciano. Passò l’infanzia a Ferrara, protetto dal marchese Niccolò III d'Este. Nel 1412 il padre lo chiamò a guerreggiare con lui. Combatté prima a Perugia, per papa Giovanni XXIII, poi a Napoli, per il re Ladislao d’Angiò-Durazzo.

Capodarco (Capo d'Arca). Frazione di Fermo

Durante la visita triennale (1594-197) di padre Orazio Civalli riportata da Giuseppe Colucci leggiamo che: 
Non lontano da Fermo è un luoghetto alla foresta, chiamato Capo d'Arca, donato dalli Signori Canonici alla Religione, l'aere è buono, ed è luogo da far vita ritirata[1].
Nella frazione di Capodarco, l'edificio comunale della frazione, era un tempo il convento dei Clareni (la "Religione"), qui insediatisi nel xiv secolo, quando il Capitolo dei canonici del duomo di Fermo concesse loro l’erezione di un convento (I Clareni erano sotto l'autorità vescovile).

Breve storia di Ponzano di Fermo


Fino alla prima metà del xii secolo non è attestato nessun castello. Tuttavia, quello di Pontiano dovette essere organizzato ben presto, se in quegli anni vennero donati al vescovo di Fermo Ulderico alcuni beni non lontani da quest'ultimo, ceduto nel 1214 dal marchese della Marca d'Ancona Aldobrandino d'Este ai fermani, che lo controllavano tramite un vicario del loro podestà. Il funzionario, che peraltro poteva eleggere un proprio sostituto, restava in carica un anno.

I Piceni a Fermo

Sotto il nome di Piceni, la moderna storiografia ha designato quella civiltà di varie stirpi, per gran parte accomunate da una lingua comune, che nell’età del Ferro (ix-iii secc. a.C.) abitava quel tratto del versante medio-adriatico compreso tra i fiumi Foglia (nord) e Pescara (sud), delimitato, da una parte (ovest) dalla catena degli Appennini e dall’altra (est) dal mare Adriatico.
Per la storiografia romana i Piceni erano i discendenti di Sabini immigrati dal Lazio orientale, in seguito al rito del ver sacrum (primavera sacra). La pratica di questo rito consisteva nel promettere in sacrificio a una divinità (per lo più Marte), qualsiasi essere vivente nato nella primavera seguente. Tuttavia, i bambini, anziché essere immolati, erano costretti al compimento del ventesimo anno d’età ad abbandonare la comunità in cerca di nuove terre.
Nella migrazione i giovani sabini sarebbero stati guidati da un picchio (uccello augurale sacro al dio Marte), che avrebbe indicato la via posandosi sul loro vessillo. Dal nome dell’uccello (picus) sarebbe poi derivato quello di Picentes.

Moregnano. Frazione di Petritoli

Santa Maria degli Angeli
Moregnano, frazione di Petritoli, era comune fino al 1869. Nel 1214 il marchese della Marca di Ancona Aldobrandino d’Este cedette a Fermo il castrum Moregnani.
La settecentesca chiesa dei Santi Vittore e Corona ha facciata è aperta da portale a timpano triangolare. La costruzione ha cupola impostata su basso tamburo ottagonale. L’interno è ad aula unica, coperta da volta a botte lunettata. Nell’altare maggiore è collocato un dipinto raffigurante i Santi Antonio Abate e Francesco di Paola, datato 1753.

sabato 25 gennaio 2014

Storia di Falerio Picenus

Il teatro di Falerio Picenus in un disegno del 1836
Il territorio pertinente alla città romana di Falerio Picenus, nell'attuale frazione Piane di Falerone, comprendeva quello dei comuni di: Falerone, Francavilla d’Ete, Montegiorgio, Magliano di Tenna, Monte Vidon Corrado, Massa Fermana, Mon­tappone, Belmonte Piceno, Ser­vigliano, Monte San Martino, Penna San Giovanni e Sant’An­gelo in Pontano.
Tra il ii-i secolo a.C., in età tardo-repubblicana, la frequentazione del territorio è attestata dal ritrovamento (1952), in frazione Monteverde di Montegiorgio, di un deposito monetale, con  esemplari d’argento (89 a.C.). 
Nella Storia Romana, lo storico Appiano ricorda lo scontro avvenuto nell’89 a.C. presso quella che sarà la città di Falerius Picenus, tra i Romani e gli Italici guidati da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio, in cui questi ultimi riportarono una schiacciante vittoria, costringendo il console Pompeo Strabone a rifugiarsi in tutta fretta a Firmum Picenum (Fermo).

Storia degli scavi archeologici nell'area di Falerio Picenus

I primi rinvenimenti causali nell’antico sito di Falerio Picenus vennero effettuati nella prima metà del XV secolo dall’archeologo, umanista e viaggiatore Ciriaco d’Ancona (Ancona 1391 - Cremona 1452). Alla fine del secolo successivo il cardinale Pietro Aldobrandini dette l’avvio a sistematiche ricerche antiquarie. A lui venne donata l’iscrizione (CIL IX 5420), rinvenuta nel 1595, con il rescritto di Domiziano sulla contesa tra Firmum Picenun e Falerio Picenum. Negli stessi anni vennero recuperate due statue marmoree: un togato e una Demetra/Cerere, nelle vicinanze di una serie di rovine, allora attribuite al campidoglio di Falerio Picenus, nelle quali è stato poi riconosciuto un edificio termale.
I reperti vennero dapprima sistemati sulla facciata del Palazzo comunale, per poi passare nel Museo archeologico di Falerone, dove sono tuttora conservati.
Non documentata è la notizia di altri scavi archeologici effettuati nel 1774 sotto papa Clemente XIV nei pressi dell’area del teatro.

Il duca di Fermo Tasbuno

Il nome Tasbuno lo troviamo in una lapide funeraria del 770, adesso nel Museo archeologico "Pompilio Bonvicini" di Falerone, parte del sepolcreto di Volveto, gastaldo di Falerone del duca di Fermo Tasbuno, prima utilizzata come mensa d’altare di una qualche chiesa del territorio faleriense:
in d(e)i nom(ine) regnante domino nostro desiderio / viro excell(entissimo) rege anno pietatis / ve in d(e)i nom(ine) terciodecimo gentis langu[ba]- / rdoru(m) idenque regnante dom(i)no nostro / [Ad]elchis filio eius anno felicissimo regni eius / chr(ist)i nom(ine) undecimo seo temporib(us) / tasbuni duci civitati firmane mense / ianuario, indictione octava in hunc arca / volvet feci pro se suigue omnium.

Il Museo archeologico “Pompilio Bonvicini” a Falerone

In una parte dell’ex convento della chiesa di San Fortunato di Todi è allestito il Museo archeologico “Pompilio Bonvicini”. 
I reperti provengo dal territorio di Falerore, dov'era la città romana di Falerio Picenus, nell'attuale frazione Piane. Gaetano De Minicis, nell’articolo Sopra l’anfiteatro ed altri monumenti spettanti all’antica Faleria nel Piceno, pubblicato nel 1832, scrive di quest’ultima che: “sin da’ tempi di Augusto era certamente colonia. Molti sono i documenti, che a così pensare m’inducono. Balbo Mensore nella sua opera De limitibus spesse volte fa menzione dell’agro faleriense, il quale era ripartito in certi limiti proprii soltanto delle colonie romane. Le diverse lapidi che veggonosi sparse in Falerone ne fanno pur manifesto, che Faleria fosse colonia, dacchè esisteva in essa il duumvirato, il quattrumvirato, l’ottumvirato, o collegio degli augustali, gli auguri, i laurenti lavinanti, la curia, il collegio de’ negozianti e degli artieri, de’ centonarj, de’ dendrofori, il magistrato de’ quinquennali, gli edili, i decurioni: ordini tutti e magistrature insigni, le quali non pongono in dubbio lo splendore di Faleria, e che ella fosse colonia”.

I monumenti funebri nella cattedrale dell'Assunta a Fermo

Nell’atrio troviamo il Monumento funebre di Giovanni Visconti d’Oleggio, realizzato nel 1366 da Tura (o Bonaventura) da Imola su commissione della moglie del defunto: Antonia di Sozzino Benzoni. Sulla cassa, sostenuta da quattro colonne con capitelli foliati, sono scolpite le figure dell’Annunciata, di san Pietro, del Cristo giudice in trono, di san Giovanni Evangelista e dell’Angelo Annunciante. Sotto il velario è rappresento Giovanni Visconti d’Oleggio, vestito con gli abiti di rettore della Marca, titolo che aveva conseguito dopo aver ottenuta la signoria sulla città di Fermo. Per Benedetta Montevecchi, a Tura da Imola apparterrebbe solo l'arca, che peraltro firma: MAGISTER TURA DE IMOLA FECIT HOC OPUS, mentre tutta la parte superiore, compresa la latra con l'immagine del defunto, è da riferire a un'altra mano meno capace[1]. 
Di fronte, è collocato il cinquecentesco Monumento funebre a Saporoso Matteucci, condottiero fermano morto nel 1578 ad Avignone. Il frontone spezzato è retto da colonne ioniche, affiancate da telamoni. Nelle basi sono scolpite in bassorilievo due mascheroni. Nel tondo centrale troviamo il semibusto di Saporoso Matteucci, un ritratto idealizzato della seconda metà del xviii secolo scolpito da un qualche scultore romano[2]. Sopra l’iscrizione, anche questa settecentesca, dettata da Girolamo Matteucci, è collocato un rilievo con trofei d’armi.

La chiesa dei Santi Quirico e Giulitta a Lapedona

La chiesa dei Santi Quirico e Giulitta (xii secolo) a Lapedona era un possedimento dei monaci avellaniti, rimasto tale fino al 1584, quando a seguito della soppressione dell’ordine, passò sotto la giurisdizione dell’Episcopato fermano.
L'edificio è d'architettura romanica. Il prospetto meridionale è aperto da portale architravato con lunetta. Quello secondario, sul lato opposto, era in comunicazione con il monastero. Nella lunetta di quest’ultimo è collocato un frammento di pluteo (ix secolo).
L’interno della chiesa è ad aula unica, coperta da capriate lignee, che hanno sostituito la più antica volta a botte. Il presbiterio è rialzato da tre gradini. Le pareti laterali sono scandite da coppie di semicolonne in laterizio con capitelli in pietra arenaria. L’abside, dove corre un gradino che serviva da sedile ai monaci, è aperto da tre monofore a doppio strombo. La lastra del ix secolo, ora utilizzata come pluteo dell’altare maggiore, è decorata da cerchi intrecciati con diagonali. Dello stesso periodo sono anche i due pilastrini murati sul lato minore dello stesso altare. 
La cripta è a tre navatelle, spartite da quattro colonne in pietra arenaria. Le volte a crociera hanno sostituito le più vecchie coperture a botte. Nell’arcata centrale dell’ipogeo, illuminato da tre feritoie, troviamo un’ara sopraelevata da un gradino, sopra alla quale era collocato un Crocifisso ligneo, adesso nel Palazzo comunale. Un altro Crocifisso, anche questo nel Municipio, dipinto su tavola, era apposto sul retro del primo.

La chiesa della Madonna della Salute a Moresco

La chiesa della Madonna della Salute a Moresco venne realizzata nei pressi di un'edicola votiva del 1579, costruita al posto di un arco, dove, stando a un'improbabile tradizione, era stata collocata fin dal ix secolo un’immagine della Vergine sottratta alle distruzioni degli iconoclasti bizantini.

venerdì 24 gennaio 2014

La chiesa di San Michele Arcangelo a Fermo

La chiesa di San Michele Arcangelo, in largo Vinci, venne consacrata nel 1222 dal vescovo di Fermo Pietro IV. Della costruzione medievale, dopo i lavori di rinnovamento realizzati nel 1818-20 dall’architetto Luigi Paglialunga, rimase unicamente il portale (probabilmente in parte anche questo rimaneggiato). L’attuale campanile venne costruito nel 1851. Nel 1863 venne donata alla chiesa una Sacra Spina, portata a Fermo nel 1281 da Marcantonio Gigliucci, conservata nell’edificio in un tabernacolo in pietra fatto realizzare quando la reliquia arrivò in città, ancora adesso all’interno di San Michele Arcangelo.
Il prospetto, preceduto da ampia scalinata in travertino realizzata nel 1942, ha pilastri dorici abbinati nelle due ali. L’attico, tripartito da paraste ioniche, è raccordato da due volute alle ali laterali. Il portale, entro semicolonne, ha archivolto cordonato. Nella cuspide sono collocati uno stemma della famiglia Vinci-Gigliucci (che aveva il patronato sulla chiesa) e, entro una nicchia trilobata, la statua di San Michele Arcangelo, probabilmente di riuso.