venerdì 7 febbraio 2014

L'assassinio del vicegovernatore di Fermo Uberto Maria Visconti

Il milanese Uberto Maria Visconti nel 1644 ricevette la nomina a vicegovernatore di Fermo, tenuta per conto del governatore, cardinal nipote Camillo Pamphili
Fin dai primi anni del xvi secolo il papato aveva cercato di dare alle terre che da essa dipendevano una struttura amministrativa efficiente. Il papato avocò a sé tutta la potestà giurisdizionale. Ben presto, il Governo pontificio impose a tutte le città sotto il suo dominio un governatore di nomina pontificia, responsabile della gestione politica delle periferie. Inoltre, avrebbe ereditato tutte le competenze del podestà per quanto riguarda le funzione giudiziarie  Un luogotenente era preposto alle cause penali. Un auditore alle cause civili. In  ultimo, un bargello aveva compiti di polizia. 
I governatori, per lo più cardinali o, se laici, impegnati in cariche di prestigio, non risiedevano quasi mai nelle città loro affidate, ma demandavano le loro competenze a un loro fiduciario, in genere un prelato di Curia (ma spesso anche un laico), che assumeva il titolo di vicegovernatore. La loro residenza era l'attuale Palazzo comunale. Le piccole cisterne romane, proprio sotto quest'ultimo edificio, erano utilizzate come prigioni.
Nel 1528 papa Clemente VII nominò governatore di Fermo il dottore in legge Bernardo Ruffo di Force[1]. I Fermani, decisi a mantenere le loro antiche autonomie, riuscirono dopo appena quattro giorni a far revocare la nomina.
Nel maggio 1530, il pontefice nominò governatore di Fermo monsignor Gian Giacomo Conti, vescovo di Albenga. Il prelato restò in carica fino al 1533[2]. Da lì in poi Fermo dovette far buon viso a cattivo gioco. Nel 1550 i Fermani ottennero che a ricoprire la carica di governatore venisse chiamato da lì in poi a un parente, spesso nipote, del pontefice regnante.
Tornado al milanese Uberto Maria Visconti, nel 1648, quest'ultimo venne pugnalato a morte durante una sommossa di piazza. In quell’anno di carestia, Roma aveva imposto di reperire quanti più grani possibili. Il commercio dei cereali nel Fermano era in mano alle più ricche famiglie cittadine. I grani, comprati in estate a bassi prezzi, erano accantonati nei magazzini della città, dove rimanevano fino all’inverno, quando potevano essere venduti ad alti prezzi. Sappiamo che Uberto Maria Visconti obbligò nell'anno in cui venne assassinato a vendere il grano a poco prezzo. Scrive Carlo Botta nella Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1814, che riprende quanto sostenuto da Maiolino Bisaccioni nella Historia delle guerre civili di questi ultimi tempi, stampata nel 1653:
Ciò piaceva ai poveri, ma dispiaceva ai ricchi, perché non potevano vendere le loro derrate al prezzo ingordo che desideravano. Pertanto cominciarono a spargere nel popolo voce che i prezzi si tenevano bassi non per altro che per farne grossissime incette, poi mandandole fuori di Stato, guadagnarvi su grandissime somme. Avaro monipolio chiamavano l'agevolezza procurata al volgo: ne pronosticavano esausta la provincia, una inevitabile carestia. Il popolo che più spesso crede a’ suoi nemici che a’ suoi amici, si risentì: delle male voglie nascevano nel paese [3]. 
Dopo l'assassinio, vennero mandati a Roma degli ambasciatori per esprimere il rincrescimento delle autorità fermane, incapaci di trattenere il popolo affamato. La città cercava di far passare il colpo di mano come una sommossa popolare per il pane, dovuta al cattivo governo di Uberto Maria Visconti, che la stessa magistratura fermana aveva in tutti i modi cercato di evitare.  Nel frattempo, papa Innocenzo X convocò un’assemblea di cardinali per decidere sulla sommossa di Fermo. La commissione inviò il commissario apostolico Lorenzo Imperiali per allestire un processo. Tuttavia i principali protagonisti della rivolta, tutti membri dell’aristocrazia fermana restarono irreperibili. Morirono impiccati perlopiù i popolani. La Santa Sede aveva deciso di chiudere la faccenda il più presto possibile. Scrive Carlo Botta: "Così terminossi, non dirò già la rivoluzione, ma l'assassinio di Fermo"[4]. Le condanne per i nobili non arrestati dalle autorità pontificie prevedevano anche la distruzione delle loro case, alcune in corso Cavour, nel largo delle Case sfasciate (attuale largo della Rivolta).
Il fermano Francesco Maria Raccamadori scrisse tra la fine del xvii secolo e l’inizio di quello successivo una Historia della sollevazione dei Fermani, dov’erano addossate al vicegovernatore Uberto Maria Visconti tutte le responsabilità di quanto accaduto (una vulgata ancora sostenuta fino a tutto il XIX secolo dagli storici fermani).


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[1] L. Tomei, Il «Palio dei Corsieri» per la festa dell’Assunta di Fermo dal secolo XIV alla fine dell’Ancien régime, in Giochi Tornei e Sport, dal Medioevo all’età contemporanea. Atti del convegno nazionale - sport: archivi e memorie, Fermo 2 ottobre 1998 - Porto San Giorgio 3 ottobre 1998, Fermo 2005, p. 85.
[2] Ibidem, p. 86.
[3]  Storia d'Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1814 di Carlo Botta, tomo 5, presso Braudry, Parigi 1832, p. 386.
[4] Ibidem, p. 389.

Vedi anche Y-M. Bercé, La sommossa di Fermo del 1648, con le cronache di Maiolino Bisaccioni, Francesco Maria e Domenico Raccamadori e una memoria inedita di Giuseppe Fracassetti, a cura di L. Rossi (BSF, Biblioteca Storica del Fermano, 6), Andrea Livi editore, Fermo 2007.

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