domenica 12 gennaio 2014

La Chiesa fermana

Nel V secolo, in quella ch’era stata l’arce romana di Firmum Picenum (attuale piazzale del Girfalco), venne eretta la basilica  di Santa Maria (attuale cattedrale dell’Assunta). Eccettuati i pochi resti di questa, rinvenuti sotto l’attuale Cattedrale, non rimangono altre tracce archeologiche di questo periodo.
Non lontano dalla basilica (addossato, o in ogni caso vicinissimo, alla parte absidale della Cattedrale) sarebbe stato presto eretto il Palazzo vescovile[1]. Tra il VI e il VII secolo la Chiesa fermana avrebbe assorbito le diocesi legate alle antiche civitas romane di: Cluana (Porto Civitanova Marche), Pausulae (San Claudio al Chienti, Corridonia), Falerio Picenus (Piane, frazione di Falerone), Castrum Truentinum (Martinsicuro), nonché parte delle diocesi di Potentia (Porto Recanati) e di Urbs Salvia (Urbisaglia), e forse, ma non c’è certezza, quella di Cupra Maritima (non lontano dall'attuale abitato di Cupra Marittima)[2]. Tutte cittadine che con la fine dell’Impero erano state quasi del tutto abbandonate.
La diocesi era compresa tra il fiume Potenza (nord) e il torrente Vibrata (sud)[3]Fin dal V secolo Fermo era sede episcopale. Tuttavia, il Cristianesimo faticò a affermarsi nel PicenumNelle collezioni del Museo archeologico di Fermo (presso nel palazzo dei Priori), sono conservate alcune iscrizioni funerarie cristiane, lastre di sepolture a terra[4]Nella seconda metà del XIX secolo era stata rinvenuto un’iscrizione dedicata a Maxima (seconda metà iv secolo). Un’altra, della quale non è nota la provenienza, anche se non è improbabile una collocazione locale, è dedicata al presbyter Usvaldus, morto negli anni 445-455. Nella cripta dell’attuale cattedrale, resta un sarcofago del IV secolo, riutilizzato adesso come mensa d’altare, è anche questa una delle prime testimonianze del cristianesimo a Fermo.
Nel V secolo era stata istituita una qualche gerarchia ecclesiastica fermana. Probabilmente, nel IV secolo, una piccola comunità cristiana era presente in città. 
Stando alla tradizione, primo vescovo della città, sarebbe stato sant’Alessandro (11 gennaio), martirizzato nel 249, durante la persecuzione di Decio. Il suo successore fu Filippo (22 ottobre), martirizzato sotto Gallo (251-253). Nel XIII secolo, nella spianata del colle Sabulo, è attestata una cappella dedicata a Sant'Alessandro. Nel xv secolo i calendari locali non conoscevano i due vescovi come martiri fermani. Solo nel xvi secolo sono riconosciuti come fermani. Tant’è, che se ne ottenne il riconoscimento ufficiale coll’inserimento nel Martirologio Romano, stampato nel 1584. In questo sarebbero state inserite anche altre due sante fermane: Vissia, virginis et martyris (12 aprile) e Sofia, virginis et martyris (30 aprile). Per la compilazione del Martirologio è probabile che sia stata utilizzata una lettera inviata dal fermano Giulio Ricci, vescovo di Gravina, a suo fratello padre Flamiano Ricci, della Congregazione dell’Oratorio di Roma, con acclusa una notarile dei principali santi venerati in città[5].
In un opuscolo di don Cesare Ottinelli: De Firmi Piceni urbe nobilissima ad Sixtum V Pontificem Maximum, stampato a Roma nel 1589, sono ricordati i settanta martiri fermani morti nel 253 sotto l’imperatore Decio. In città, sembra sotto Dioclezano, avrebbero subito il martirio anche le sante anconetane Laurenzia e Palazia[6]
L’Episcopato fermano, in questi stessi anni, iniziò ad accumulare un ingente patrimonio terriero nelle terre della diocesi, per lo più con lasciti testamentari pro remedio animae. I beni dell’Episcopato erano concessi con contratti a terza generazione a proprietari per lo più laici, dietro il pagamento di una consistente somma al momento della stipulazione del contratto.
Ben presto (VI secolo), l’Episcopato impiegò le ingenti ricchezze accumulate nell’evangelizzazione delle campagne, tramite la fondazione di pievi: chiese battesimali (erano, infatti, le uniche ad essere autorizzate a somministrare il sacramento del battesimo), facenti capo ad un distretto territoriale più o meno ampio. La campagna era, infatti, il luogo principale di organizzazione della vita economica del territorio: al fitto sistema di insediamenti rurali produttivi del periodo tardo-antico (villae), si era andata sostituendo l’azienda agricola altomedievale (curtis), contraddistinta dalle corvées: prestazioni gratuite di lavoro da parte dei coloni, che tenevano in concessione una o più unità lavorative (mansi), sugli appezzamenti gestiti dal proprietario dell’azienda in conduzione diretta (pars dominica). 



[1] L. Tomei, La piazza del Popolo tra Romanità, Medioevo e Rinascimento, in Fermo la città tra Medioevo e Rinascimento, Amilcare Pizzi editore, Cinisello Balsamo 1989, p. 97.
[2] D. Pacini, Fermo e il Fermano nell’Alto Medioevo. Vescovi, duchi, conti e marchesi, in Per la storia medievale di Fermo e del suo territorio. Diocesi, ducato, contea, marca (secoli VI-XIII) (Fonti per la storia fermana), Fondazione Cassa di risparmio di Fermo, Fermo 2000, p. 26.
[3] Ibidem, p. 34.
[4] A. Nestori, Testimonianze paleocristiane a Fermo, in I Beni culturali di Fermo e territorio. Atti del convegno di studio. Fermo, Palazzo dei Priori, 15-18 giugno 1994, a cura di E. Catani, Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, Fermo, 1996, p. 78, nota 6.
[5] S. Prete, La leggenda nell’agiografia fermana antica, in Pagine di storia fermana, Fonti e Studi VI, Edizioni “Studia Picena”, Fano 1984, p. 38-41.
[6] G. Santarelli, Le origini del Cristianesimo nelle Marche, Edizioni Lauretane Santa Casa, Loreto 2007, p. 265.