sabato 11 gennaio 2014

Breve storia della cattedrale dell'Assunta a Fermo

Nel V secolo, in quella che era l’antica arce romana di Firmum Picenum (Fermo), venne eretta una basilica a Santa Maria. Per la tradizione le murature appartenevano a un antico tempio pagano. Tuttavia, se è probabile che la basilica venne eretta riutilizzando le murature di qualche tempio romano, allo stato attuale delle ricerche non possiamo dire se l'ipotesi abbia qualche fondamento. Sappiamo, però, che l’edificio era a pianta longitudinale, conclusa da abside semicircolare. Il presbiterio era probabilmente separato dalle navate da un recinto presbiteriale. L’aula, che probabilmente aveva copertura a capriate lignee, era a tre navate, partite da due file di sei colonne lisce su basamenti. Di queste rimangono, adesso nel moderno sotterraneo, alcune basi quadrangolari. Il portale della basilica doveva aprirsi nel lato opposto all'altare.
Del tappeto musivo che ricopriva le navate rimangono solo pochi frammenti. Si è invece conservata la decorazione del presbiterio che raffigura due pavoni tra un cantaro (un vaso ansato), dai cui orli si innalzano due palmette. Tra queste, al centro di un disco, è rappresentato il monogramma di Cristo. Si tratta del motivo del kàntharos (coppa), con due animali affrontati, ampiamente diffuso nell'arte paleocristiana. I pavoni rappresentano l’immortalità dell’anima, tanto che per sant’Agostino la carne di questi animali non marciva, così come l’anima degli uomini che non muore dopo la morte. La raffigurazione, che si può vedere da una vetrata nel pavimento del presbiterio del duomo, è racchiusa da una fascia decorativa, interrotta però al centro della curva absidale, dove doveva trovarsi il trono in pietra del vescovo.

Probabilmente nel basso medioevo la basilica venne in parte rimaneggiata. Di questi lavori se ne occupò l'Episcopato, ma la fabbrica della chiesa passò poi all'amministrazione di un Capitolo (il collegio dei presbiteri addetti alla cattedrale), attestato a Fermo per la prima volta nel 977, ma eretto stando all'erudito Michele Catalani nell'826 durante l’episcopato di Lupo (823-44), in seguito alle disposizioni del Concilio di Roma tenuto durante il pontificato di Eugenio II. Per Giovanni Cicconi ne La Metropolitana di Fermo e i recenti rinvenimenti archeologici sotto il suo pavimento, pubblicazione edita nel 1940, la chiesa di Santa Maria venne restaurata proprio durante l'episcopato di Lupo (probabilmente l'autore ha scritto ciò perché per Michele Catalani durante gli anni di quest'ultimo vescovo venne istituito il Capitolo del duomo). Tuttavia, queste congetture non hanno nessun fondamento documentario, ma è probabile che dopo l'istituzione del Capitolo (che per noi deve essere riportato a una datazione piuttosto avanzata) l’edificio venne ammodernata in forme romaniche, riutilizzando però le vecchie murature, tanto da non stravolgerne per lo più la volumetria.
Sotto l'attuale pavimentazione della cattedrale, rimangono sei basi di pilastri, oltre alle basi cruciformi di due pilastri, che facevano parte della chiesa romanica di quegli anni. Da questi resti, sembra che la chiesa era sempre a tre navate, divisa da pilastri che probabilmente reggevano arcate a tutto sesto. Da una lapide perduta, ma conosciuta da una trascrizione, sappiamo che l’altare maggiore del duomo venne consacrato dal vescovo Ulderico nel 1061 all’Ascensione di Cristo.

Perlomeno entro i primi anni del XIII secolo, iniziò l'ingrandimento dell'edificio. Non sappiamo, quando cominciò la ricostruzione, ma possiamo fare delle congetture. Nel 1176 le truppe imperiali misero a sacco la città. Non venne risparmiato neanche il duomo, se l’anno dopo papa Alessandro III incoraggiava gli abitanti della Marca «ut de bonis suis pro reparatione Ecclesiae Firmanae liberaliter conferant beneficia charitatis». Pensiamo che in quegli anni venne deciso non un semplice restauro dell'edificio devastato durante il saccheggio, ma l'intero rinnovamento del duomo, questa volta però senza riutilizzare le vecchie murature, ma ricostruendone di nuove in modo da ingrandire la cattedrale. Se la ricostruzione dell'edifico venne realizzata entro la prima metà del XIII secolo, i lavori per  la decorazione dell'esterno proseguirono per lo meno fino al XV secolo.
Possiamo in parte ricostruire l'aspetto della chiesa gotica, dal momento che dell'interno di questo edificio, rimane ancora in piedi la prima campata (l'attuale atrio). L’aula della cattedrale era a tre navate divise fra loro da archi a sesto acuto, retti da pilastri a sezione circolare (due dei quali nell'atrio), raccordati da cornice a ballatoio, costruiti dov'erano le navate laterali della vecchia chiesa, più basse rispetto a quella centrale. La navata centrale era coperta da volte a crociera. Le capriate lignee delle navate laterali, più basse rispetto a quella centrale, erano decorate da pitture a motivi geometrici policromi, delle quali ne restano alcune nell’atrio.
Amico Ricci, nelle Memorie storiche delle arti e degli artisti della marca di Ancona, pubblicate a Macerata nel 1834, dà un descrizione della chiesa prima delle demolizione. L'edificio, all'interno era probabilmente rimasto al suo aspetto duecentesco, perlomeno nelle sue linee essenziali: "La sua divisione era in tre navate compartite in quattro archi da ogni banda di sesto acuto retti da colonne rotonde di pietra cotta con capitello avente una semplice scozia intagliata sul marmo". Il duomo, sempre stando alla descrizione dell'erudito, aveva anche un sotterraneo, aperto sotto l'area presbiterale, coperto da volta rette da colonne in "diversi antichi marmi, con capitelli e basi parimente antiche, e d'ordini differenti, ma la maggior parte corintie".
Da quello che ne sappiamo, probabilmente la chiesa del XIII secolo, era una semplice struttura ad aula tripartita. Il presbiterio, la parte sacra esclusa ai laici, ma riservata solo ai chierici incaricati delle funzioni liturgiche, era separato dall'aula da un qualche tramezzo (che riprendeva la funzione del recinto presbiterale della basilica paleocristiana). Il coro (davanti all'altare maggiore), riservato ai religiosi che assistevano ai riti sacri, era probabilmente rialzato, per permettere l'accesso alla cripta, dov'era probabilmente venerato il corpo di qualche santo legato alla diocesi di Fermo.
Nella parte riservata ai laici (Ecclesia laicorum), in pratica tutti gli altri spazi della chiesa, probabilmente le superfici murarie erano coperte da affreschi votivi, alcuni racchiusi entro tabernacoli, officiati, grazie a qualche lascito, da un cappellano. I fedeli pregavano qui, rivolgendo le loro orazioni a qualche immagine di santo a loro caro.
Tuttavia, l'Ecclesia laicorum non era utilizzata solo per pregare. Proprio qui erano tenute le riunioni del Parlamento della città, perlomeno fino al 1238, quando non lontano dalla cattedrale il comune di Fermo completò la costruzione del proprio Palazzo (andato poi distrutto).

Nel 1351 il vescovo Bongiovanni consacrò l’altare maggiore. Nel 1391, stando a una iscrizione perduta ma conosciuta attraverso una trascrizione fattane da Michele Catalani, sappiamo che era compiuta la cripta (Catalani, p. 56). L’abside semicircolare che concludeva la navata centrale venne decorata con pitture di Domenico Guiducci da Urbino. Di queste non è rimasto nulla, ma, a ricordo del sinodo provinciale del 1726, l’arcivescovo Alessandro Borgia commissionò ai pittori Ubaldo e Natale Ricci una tela rappresentate l’evento, adesso conservata nell’Arcivescovado. Nella tela sono raffigurate le pitture della vecchia abside, delle quali si riconosce l’Assunta e, probabilmente, i santi patroni dell’Arcidiocesi di Fermo. L'altare maggiore, dotato di candelabri, era affiancato dalle statue dei santi Pietro e Paolo, adesso nella moderna cripta. Nei lati erano presenti due altari minori.

Nel 1535 è documentata la copertura della navata centrale con un soffitto a cassettoni (andato purtroppo distrutto). Dopo il concilio di Trento, chiuso nel 1563, dovette cambiare profondamente la disposizione interna della cattedrale. Rimase, la distinzione tra presbiterio, riservato ai chierici, ed Ecclesia laicorum, ma venne eliminato il tramezzo, che impediva di seguire le funzioni celebrate nell'altare maggiore. Il coro probabilmente venne spostato dietro l'altare maggiore, lungo la curva dell'abside. Nella navata centrale erano probabilmente sistemate delle panche per seguire le funzioni, o le prediche dal pulpito, disposto probabilmente in mezzo alla navata.

Nella prima metà del XVIII secolo, l'arcivescovo Alessandro Borgia iniziò lavori di ammodernamento alla chiesa. Nel 1726 il presule, in occasione del sinodo provinciale, consacrò l’altare maggiore della cattedrale all’Assunta. Nel 1749, completato il rifacimento dell’abside, si dette inizio alla decorazione pittorica di questa. Fatta indorare la parte superiore e, una volta rimesso a nuovo l’intonaco, l’arcivescovo commissionò la decorazione ad affresco al pittore Filippo Ricci, che lavorò allora in collaborazione col padre Natale. L’affresco, su disegni di Corrado Giaquinto, era compiuto nel dicembre 1749. Al centro era raffigurata l’Assunta, insieme ai santi protettori della città: Savino, Claudio martire fermano, Caterina d’Alessandria, Alessandro vescovo, Filippo vescovo, Ciriaco vescovo fermano, Adamo abate, Vissia vergine martire fermana, Sofia vergine martire fermana, Marone, Nicola da Tolentino, Vittoria, e il beato Serafino da Montegranaro. Nella pittura era raffigurato anche Luca Evangelista, protettore dei pittori.
Per la definizione iconografica delle pitture è probabile che il pittore riprese le decorazioni dipinte nell'abside dopo il 1391 da Domenico Guiducci. Nella fascia anteriore la tribuna, come fregio al grande affresco, Domenico Ciferri dipinse in caratteri d’oro i simboli della Vergine con gli analoghi motti. Nella parte superiore erano: l’aurora, il sole e la luna. In una banda: il cedro, la palma, l’olivo, il cinnamomo e il balsamo. In un’altra banda: il cipresso, la rosa, il platano e la mirra.
Nel 1758 venne realizzato il cartoccio sopra la torre campanaria, eretto per sostenere le campane dell’orologio, demolito però probabilmente negli anni ’40  del secolo scorso, probabilmente perché pericolante.
Tutto sommato gli interventi dell'arcivescovo Alessandro Borgia rispettarono l'antica chiesa, limitandosi per lo più qualche rinnovamento di certo necessario. Ma la cattedrale avrebbe subìto di lì a poco più radicali trasformazioni.

Nel 1781 l’arcivescovo Andrea Minucci, con la scusa di un crollo imminente, fece demolire la parte retrostante dell’antica chiesa salvando solo la facciata, il campanile e la prima campata, che tuttora funge da atrio, nonostante l’opposizione della cittadinanza fermana, che tentò in tutti i modi di impedirne la demolizione.
Un primo progetto di riedificazione dell’edificio sacro era stato approntato dall’arcivescovo Urbano Paracciani tra il 1764 ed il 1777, ma, benché fosse stato ordinato il disegno, non se ne fece nulla.
Nel 1781, comunque, l’arcivescovo Andrea Minucci ottenne da papa Pio VI, con motu proprio, il permesso di ricostruire l’edificio, su progetto dell’architetto imolese Cosimo Morelli. I lavori, sotto il controllo del primicero Ludovico Porti, vennero affidati al fermano Luigi Paglialunga, che apportò qualche modific a al progetto originale.
L’interno, a pianta basilicale, è a tre navate partite da grossi pilastri scanalati, che sorreggono la trabeazione decorata da festoni, sulla quale sporge un cornicione aggettante. I soffitti della navata centrale, raccordati all’intersezione degli archi, poggiano su pennacchi. Le tre campate delle navate laterali sono coperte da cupolette ribassate. La tempere monocrome di Pio Panfili, che sfondano illusionisticamente la copertura del Duomo, vennero commissionate nel 1787. L’artista dipinse tre cupole sopra la navata centrale. Nei pennacchi sono raffigurati i simboli biblici allusivi alla Vergine. Della stessa mano sono anche le decorazioni a lacunari della semicalotta absidale. Le pareti corte delle navate laterali sono decorate da due protiri, formati da due colonne che reggono un balconcino, sovrastato da un arco decorato a cassettoni, che lascia intravedere brani di cielo.
Il marmista Andrea Ascani di Sant’Ippolito realizzò l’altare maggiore, ancora adesso presente, ma inutilizzato dopo le disposizioni del Concilio Vaticano II (attualmente le funzioni sono celebrate su un semplice mensa d'altare, decorata nella fronte dalla riproduzione di un sarcofago paleocristiano adesso nella cripta).
Il cardinale Cesare Brancadoro, poi arcivescovo di Fermo, coprì le spese per la realizzazione del bussolone.
Durante i lavori di ricostruzione le funzione erano state spostate nella chiesa del Carmine, fino al 1789, quando si poté solennemente consacrare la cattedrale.

La cattedrale, chiusa negli anni 1934-38, per il rifacimento della pavimentazione, riaprì nel 1940. Sotto il pavimento erano stati scoperti importanti resti archeologici. I lavori, per conto del Capitolo dei canonici del Duomo, erano stati affidati all’ingegnere Giuseppe Breccia Fratadocchi (che ne dette una breve notizia nel numero 39 della rivista "Palladio"). Di questi è uscito solo un opuscoletto a firma di monsignor Giovanni Cicconi, datato 1940, col titolo di La Metropolitana di Fermo e i recenti rinvenimenti archeologici sotto il suo pavimento. Senza una documentazione scientifica degli scavi abbiamo perso una massa di informazioni che avrebbero potuto far luce sulla più antica costruzione della città di Fermo dopo il crollo dell'Impero romano (oltre a questo, quasi tutti i reperti recuperati durante quella campagna sono andati dispersi).
Seguiamo l'opusceletto per cercare di ricostruire per quello ch'è possibile cosa è successo durante quei lavori. Con la demolizione della scalinata che dalla navata centrale portava al presbiterio, venne rinvenuto il pavimento in mosaico della basilica paleocristiana.
Durante gli scavi tornò alla luce un gruppo di tombe italiche. Se pensiamo che durante l'Età del Ferro sul colle era presente un insediamento piceno, l'esistenza di sepolcreti è stata spiegata ipotizzando una crisi traumatica di quest'ultimo (VII-VI secolo a.C.), che abbia comportato il restringimento dell'abitato. Sempre stando all'opuscoletto i lavori portarono alla luce un tegolone col bollo di Antonino Pio, un braccio di una statua romana, tre teste e altri pezzi di sculture, colonne, capitelli e trabeazioni. Sempre della stessa epoca un torso di una statua acefala. Inoltre il busto di un "imperatore romano, che alcuni vogliono sia Nerone", identifico, quest'ultimo, con il semibusto  settecentesco del Monumento funerario di Saporoso Matteucci, allora smontato nel sotterraneo della cattedrale, adesso nell'atrio.
D'epoca medievale erano due sarcofagi, oltre ad altri sepolcri. L'opuscoletto ricorda anche un pluteo decorato dall'immagine in bassorilievo di un evangelista. La maggior parte dei quattrocento reperti erano stati sistemati nell'attuale atrio, allestendo un piccolo Museo, diviso in: Epoca pagana, Epoca della chiesa paleocristiana, Chiesa romanico-gotica. Di quest'ultima sezione facevano parte: cornici, capitelli, tre statue in pietra acefale di vescovi, due colonnine decorate da quattro figure dei secoli XIII-XIV secolo, oltre ad altri pezzi di lapidi, sculture decorative della chiesa dei secoli XVII e XVIII. I reperti rimasero lì per poco tempo. Scrive nel 1945 Francesco Maranesi nella sua Guida storica e artistica della città di Fermo che nel sotterraneo (dov'è un lapidario che aspetta ancora d'essere ben studiato) "sono raccolti circa 400 pezzi di scavo, raggruppati secondo le varie epoche, pagana, paleocristiana e romaica - gotica.
Fra questi vanno maggiormente ricordati: avanzi di Piscina del tempo di Antonino Pio, come si rileva da tegoloni uno dei quali com bollo di questo imperatore; tre teste, di cui in bassorilievo arcaico con acconciatura di capelli all'orientale; un busto d'imperatore romano; due sarcofagi cristiani; un pluteo; una figura di evangelista appartenuta all'antico ambone; tre statue quattrocentesche acefale di vescovi; due colonnine con figure trecentesche; un assortimento svariatissimo di sculture decorative, di trabeazione, di capitelli e di lapidi seicentesche".